Sembrerebbe che una delle prime necessità del rugby italiano sia crescere. Siamo sicuri sia così?  Perchè il significato di questo termine non è però uguale per tutti. Per questo dedicheremo una piccola serie di tre appuntamenti, questo è il primo, all’abbinamento fra questo magico termine così “positivo” e le diverse visioni che agitano il nostro rugby.

.

Il termine “crescere” nasconde in se il significato del “diventare più grande, maturo, ampio” (Treccani) ma, volendo dare una definizione un po’ più professionale, crescere è: visione futura, consapevolezza del proprio spazio, strategia, chiarezza del percorso, elementi di tattica fondati su risorse, valori, talenti. Si potrebbe di più ma intanto questo può bastare. Perchè il tema in effetti è se le principali strutture del rugby italiano, nella loro forma organizzata visibile, hanno puntato veramente alla crescita e/o ritengono questo sia o possa diventare un obiettivo del nostro rugby.

Insomma tutti usano quella parola ma cosa accade ad oggi? Vediamo tre  attori : FIR, Club Top10, organizzazioni tecniche nazionali.

LA FEDERAZIONE La strategia messa in campo in questi ultimi otto anni dalla Federazione si muove come se la crescita fosse già “arrivata”. La attività federale non persegue la crescita del numero dei praticanti, non persegue con profondità nemmeno la crescita del numero di impianti sportivi dove si pratichi il suo sport: Anche il livello culturale generale dell’ambiente, l’ampliamento del “propaganda”, la diffusione sul territorio della qualità (tecnica e di professionalità) non sono oggetto primario del piano di crescita della FIR.

Eppure la FIR ha un suo piano di crescita, sul quale investe decine di milioni di euro l’anno.

La federazione in effetti ha isolato un suo progetto generale di Alto Livello e punta sulla crescita di questo importante e delimitato comparto ovale. Come tutti sanno questo comprende: a livello giovanile le Accademie, ed in seguito le varie Nazionali e le due franchigie di Pro14. Il movimento femminile è incluso solo nominalmente in questo schema. Il Seven, sport olimpico, non esiste.

Crescere per la Federazione significa quindi alimentare le suddette attività con nuove risorse e talenti drenati alla base (o importati) e misurare i suoi obiettivi sul risultato dei massimi team: Accademia FIR (Serie A), Nazionale Under20, Nazionale maggiore, Zebre, Benetton Treviso.

Il massimo campionato italiano, oggi Top10, non rientra in questi schema (o vi rientra solo politicamente). I contributi destinati ai suoi club sono meri sussidi, le aree tecniche non hanno collegamenti organizzati con l’Alto Livello, i giovani accademici sono impiegati in questa categoria ai fini del minutaggio, senza inserimento organico. Non c’è organicità fra club e Zebre/Benetton. Quest’ultima questione ha un’eccezione: il Rugby Calvisano è di fatto la franchigia interna della franchigia Zebre, il club di riferimento nel top10 per la Nazionale e gode di attività di collegamento diretto con tecnici dell’Alto Livello nonchè con l’Accademia FIR … ed altre cose. .

I CLUB DI TOP10  Solo poco da aggiungere. Crescere per alcuni di questi club significa portare ragazzi del proprio “vivaio”, quasi tutti sono strutturati in questo senso, nella massima categoria. Altri club (leader) perseguono una crescita del solo massimo “team” attraverso aggregazioni di talenti anche di provenienza esterna e vedono la crescita come questione più di vertice. In questo caso è forte la cura dello staff tecnico che non sempre però si riversa sui livelli inferiori del club.

In generale i club di Top10 non hanno una filosofia comune se non quella della ricerca del talento giovanile, che, complice l’arretramento economico degli ultimi anni, è diventato comune denominatore. Gli stranieri importati sono raramente di ampia efficacia e generalmente scollegati da un piano nazionale di ingresso. I club sono fortemente divisi fra loro e non condividono un piano comune di evoluzione (crescita) del proprio assetto e/o campionato.

La Federazione condiziona questi club con il contributo economico e con una continua evoluzione del regolamento di partecipazione, con sbarramenti di ingresso in campo per età e formazione, ma è solo una tutela degli interessi dell’Alto Livello e non un piano di crescita del gioco del massimo campionato italiano che nel tempo è andato via via retrocedendo.

ORGANIZZAZIONI TECNICHE E’ in effetti singolare che in Italia non si senta mai parlare della organizzazione, per altro presente ufficialmente a livello FIR, dei tecnici o dei giocatori. Perchè in effetti la crescita non passa per loro. Per i Tecnici languono i corsi di formazione ed aggiornamento, i giocatori hanno rappresentanze vincolate agli obiettivi federali.

Lo schema FIR è, in questo senso, totalmente di vertice. Questo perchè i livelli di crescita passano semmai per i tecnici di vertice, Smith, Bradley, Crowley, Goosen (tutti stranieri) e quelli che seguono Accademie e Nazionale Under20. La loro “esperienza” (indubitabile anche se costellata di un numero infinito di sconfitte sul campo)  non scende ai tecnici del rugby italiano, nemmeno in Top10. In questo senso la FIR persegue un assetto in maniera coerente ma i Tecnici italiani sono letteralmente a zero come progetti di crescita se non da loro personalmente studiati.

Gli arbitri sono stati da qualche anno ormai assoggettati al Settore Tecnico federale, tolta loro l’indipendenza di gestione e quella operativa. Così è stato replicato lo schema dei tecnici ma, paradossalmente, questa manovra ha tolto dallo scenario internazionale i nostri fischietti. La crescita anche qui è vista come l’ingresso di un nostro rappresentante nello scenario precedentemente perso. L’arbitro, nella sua partecipazione al match,  non è visto come una opzione di crescita per il suo sport ma solo come una funzione di applicazione di regolamento e regole decise a livello tecnico federale. Le attività locali di ampliamento della base sono impalpabili.

CONCLUSIONI E’ chiaro che si poteva, forse doveva, dire molto di più ma già così la cosa è ben lunga. Si voleva riassumere cosa è la crescita nel rugby oggi in Italia, perchè troppo spesso tutti ne parliamo pensando di riferirsi ad uno schema comune. Ma, avete visto, non è così.

Qui non si sono citati i club di Serie A , B , C perchè questi non rientrano nel piano generale. Questo, insieme alla cosa sulle organizzazioni tecniche, è un grande indizio. In generale infatti il rugby italiano è dato dalla FIR come “arrivato” al suo top di espansione o comunque ad un livello sufficiente a garantire una crescita del solo comparto di vertice. Per questo intorno a lei non cresce nulla: semplicemente non è previsto che debba accadere. 

Quindi, visto che nei prossimi mesi molto si userà il termine “crescita”, vediamo di chiedere bene agli interlocutori, ad esempio i candidati alla Presidenza Federale,  cosa significa per loro. Qui si troveranno le vere differenze.

Leave a Reply

  • (not be published)