Ha fatto clamore la scelta della piattaforma Sky Sport di proporre, all’interno del suo nuovo piano con 300 nuove ore di eventi sportivi live, le partite di rugby della Champions Cup e  della Challenge Cup. Da diversi anni Sky era assente dal proporre con continuità il rugby europeo prediligendo i match che arrivavano dagli affiliati del gruppo FOX con le partite per club del Sud del mondo.

Quindi il rugby più vicino a noi, che potremo avere sui media più vicini alla classica TV,  avrà presto Sky che seguirà le coppe, Discovery con Dmax fino alla fine della prossima stagione seguirà il Sei Nazioni e DAZN avrà per se il Pro14 di Zebre e Benetton Treviso.

Il rugby prof è sistemato scusate ora se però qui affianchiamo una  piccola/grande verità: il massimo campionato italiano, il Top10, sarà invece tristemente relegato davanti a poche centinaia di persone su una pagina proprietaria dentro i social Facebook e YouTube.

L’altra verità è che abbiamo messo in chiaro in televisione pochi match azzurri ed invece su pay per view moltissmi match, tutti, del rugby professionistico per club, incluso quello italiano. Tutto rugby che verrà visto da italiani già appassionati di questo sport, i quali saranno disposti a pagare per accedervi.

Già, avete visto bene, “pagare”,  perché l’operazione media di cui stiamo parlando in effetti non e altro, in gran parte, che un modo per riscuotere dagli appassionati italiani denaro  per fargli vedere le partite.

Tutto giusto, sano e legittimo, una questione tipica del  “mercato” dello sport prof che ci trova qui totalmente concordi ma che non ha niente a che fare con il vero motivo per il quale in Italia abbiamo bisogno che il nostro sport vada sui media: la promozione ai fini dell’ampliamento della nostra base di estimatori/praticanti/pubblico.

A mergine della questione ci si prende lo sfizio per sottolineare che tutta questa presenza media delle partite per club nel nostro paese spesso non è altro che una grande promozione per il rugby francese, inglese, neozelandese, sudafricano e non certo  per il rugby italiano così profondamente diverso e dimenticato.

Come allora la visibilità del rugby in Italia può essere promozione per il nostro stesso sport presso i giovani, le famiglie e gli sportivi italiani in genere, per tutti quei potenziali “utenti” che non conoscono il rugby o lo hanno solo visto di sfuggita?

Con i tempi che corrono la cosa non è più banale ma certo serve che la formula media sia in chiaro, di ampia visibilità, facilmente accessibile o comunque intercettabile. Soprattutto però quanto proposto al pubblico deve avere una valenza territoriale o identitaria che renda possibile alle persone facilmente riconoscersi al suo interno. Questo aspetto viene raramente considerato ma territorio o identità condivisa rendono più facile il contatto, l’affiliazione, rendono più facile il lavoro della promozione media. I team di plastica nel nostro sport a tutte le latitudini hanno sempre fatto fiasco, il rugby è così, ha bisogno di “appartenenza”.

La miglior risposta per arrivare a questo livello “promo”? Chiaramente si chiama “campionato italiano”. Questa è la risposta questo è il punto dove bisogna investire per fare bene la promozione verso l’ampliamento della base del nostro rugby.

Quindi un grande grazie a Sky, Dmax, DAZN per l’ottimo lavoro che fanno con il nostro sport.  A noi però questo oggi non può bastare.