Da alto a sx Quintin Geldenhuys, a dx Ramiro Pez. Sotto : Martin Castrogiovanni. Josh Sole

La sconfitta della Nazionale italiana con la Scozia ha rappresentato un motivo di speranza tecnica per molti. Sicuramente si son visti Azzurri buoni in campo ma alla fine risultato e  commenti erano sempre gli stessi.

E’ un giro di valzer, sono molti anni che, quando si parla di Nazionale, c’è la promessa dei nuovi giovani che ……faremo grandi cose. Da quando è cominciata questa tiritera abbiamo cambiato “giovani” ormai tre volte, alcuni giovani di ieri sono in campo con quelli di oggi, di alcuni, idolatrati in passato, abbiamo perso le tracce. Anche i commenti sui giovani di ieri e di oggi non sono cambiati di un soffio: sono bravi, devono fare esperienza, cresceranno, dobbiamo dare tempo ecc ecc.

Piaccia o no quello che si racconta è un refrain documentabile che nasce dall’idea che noi davanti si abbia ancora tutto il tempo che vogliamo, ma purtroppo non è così. Intanto il prestigio internazionale dell’Italia del rugby è crollato, molte Nations ci hanno superato alla grande (una per tutte il Giappone…) il pubblico se ne è andato, gli sponsor fanno difficoltà e tanto altro che si scrive ahimè fin troppo spesso.

Insomma tempo in realtà non ne abbiamo. E se facessimo allora un passo indietro? Ritornassimo ad accumulare dei forti oriundi, degli eleggibili di qualità, insomma se rifacessimo con clamore la strada che ci portò in Italia una pattuglia di argentini fenomenale (l’ultimo che ci ha salutato è stato il Capitan Parisse) e ci fece sognare?

Sembra una idea balzana ma in realtà non lo è affatto. E’ quello che la FIR sta già facendo con la Nazionale attuale. Solo che non funziona. Si perde ancora. Forse perchè gli “internazionali” in azzurro con la Scozia erano in campo solo in tre (Polledri, Steyn, Negri) e due in panchina (Varney e Meyer)? Pochi e forse non nei ruoli “giusti”?

Da queste parti siamo sempre stati particolarmente orgogliosi dell’ingresso in campo di ragazzi azzurri cresciuti nel nostro territorio ovale ma se il giocattolo formativo non ha funzionato a dovere ed i risultati sono scarsi allora qualcosa va fatto per evitare di passare ancora anni prima di vincere un match serio.

Insomma da queste parti ci si chiede se, nelle logica del male minore, non sia il caso di spingere la politica di ingresso degli “internazionali” in azzurro e magari riportarli a quei 8/9 che erano fino allo scorso mondiale. Se fosse un modo per alzare la qualità, per farci guadagnare tempo prezioso davanti al mondo e, in questo tempo , ripartissimo con un progetto di formazione più profondo per ampliare la nostra base giovanile azzurra e la sua qualità? Se servisse davvero…..

La domanda è: facessimo un passo indietro e questo ci aiutasse a non naufragare?  Non si sa se vale la candela ma per ora vale una riflessione.

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L’ITALIA CHE RESTA

5 Comments to: FACESSIMO UN PASSO INDIETRO?

  1. LiukMarc

    novembre 20th, 2020

    Anche vero che giocatori (oriundi o equiparati, o comunque “figli” di un’altra formazione), da Castrogiovanni a Nieto, da Robertson a Geldenhuys e Dellapè, ma anche un McLean o un Burton (lasciamo stare i Parisse e Dominguez) ne troviamo sempre di meno. Al di là della quantità, è anche una qualità media probabilmente più bassa di quella di 10-15-18 anni fa che troviamo.
    Basta fare un rapido confronto con gli equiparati scozzesi, e si vede anche li la differenza. Posto che poi il nostro “sistema di gioco” (chiamiamolo cosi) ahimè non aiuta. Parisse prima e Polledri ora spesso predicano/hanno predicato nel deserto.

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  2. Luigi

    novembre 21st, 2020

    Nel paese più conservatore al mondo trovo coerente dire che una delle migliori scelte (se non la migliore) sia quella di fare passi indietro sperando di tornare almeno a prestazioni decenti dell’Italrugby.Visto che i passi avanti non si vedono e quando si vedono sono passi falsi.Purtroppo però,come è stato scritto,materiale umano da “arruolare” non sembra ce ne sia tanto e a questo punto dubito che ci sia la fila fuori al nostro uscio per venire a far parte di una nazionale di perdenti(perdenti e nemmeno illustri).Non siamo riusciti a costruire un movimento di base tale da produrre rimpiazzi migliori dei precedenti,quelli che arrivano nello sgangherato “Olimpo” della nazionale maggiore sono buoni giocatori e se si vuole competere col rugby che si gioca adesso ci vuole molto ma molto di più.Mi concedo un momento di ottimismo in chiusura:nella migliore delle ipotesi a noi occorrono almeno cinque anni di lavoro durissimo per pensare di copiare quello che fanno gli altri da tempo con l’auspicio di indivuare un sistema di gioco che sia praticabile dai nostri e almeno dieci anni per rifondare completamente il nostro movimento(perchè sembra di capire che per com’ è strutturato adesso produce poco e male).Resta da capire cosa faremo in termini di partecipazione al 6N,ammesso che fra cinque anni ne faremo ancora parte.

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  3. francesco

    novembre 21st, 2020

    tornare indietro?
    perchè nel passato abbiamo ottenuto risultati migliori di quelli attuali? mah, sarà.

    ciao a tutti.

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  4. Paolo A.

    novembre 23rd, 2020

    Beh…ci vorrebbe una federazione che si auto sconfessasse ed eliminasse il sistema formativo “ascione”.
    È possibile con questa FIR?

    A voi l’ardua sentenza…

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  5. Lorenz

    novembre 26th, 2020

    Ma perché non è il caso oggi giorno?
    Polledri
    Negri
    Sisi
    Steyn
    Allan
    Hayward
    Ioane
    Braley
    Etc

    Noi al contrario dobbiamo creare la nostra scuola e stile di rugby per avere un movimento perenne. Con risultati

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