E se preferissimo il rugby dei “tanti”, il rugby diffuso a quello delle “elite solitarie”?

La FIR vara un nuovo regolamento che porta i giovani di maggior talento sotto controllo e soprattutto contratto diretto con la Federazione. Giocheranno direttamente in Pro14 e/o verrà imposta la loro presenza in campo, ai soli fini del minutaggio, ai team di Top12.

E’ l’ennesima esclusione del massimo campionato e del rugby italiano in genere dalle vicende, soprattutto dalle scelte, sicuramente dal programma tecnico, che si occupa della crescita del nostro rugby. Ancora uno svilimento per le Società, in particolare per quelle di Top12 e Serie A relegate al ruolo di reclutatori territoriali di giovanissimi ai fini della successiva selezione federale quando i ragazzi sono sedicenni o poco più.

La FIR amplia la sua offerta di sogno “internazionale” e per farlo ancora di più apre la nuova Nazionale Emergenti, viene così raddoppiato persino il numero di giovani azzurrini. Un progetto federale che vuole drenare tutto il rugby possibile e portarlo tutto a se.

Una vera stroncatura anche per tutte le Società che stanno investendo con proprie Accademie del rugby.

Una furia accentratrice, quella della FIR: è la gestione di Franco Ascione. Il Capo del Settore tecnico della FIR, che ha raccolto in tutti questi anni insuccessi su insuccessi, gioca ancora all’escalation. Da tempo lui fa così,  più il suo progetto accentratore non funziona, più lui lo amplia e lo porta ad un livello ancora superiore di centralismo.

Oggi Ascione può ancora farlo per tre assurdità che paralizzano il nostro rugby.

La prima è quella di un Consiglio Federale in scadenza fra un mese che vara una riforma così importante poco prima dell’Assemblea elettiva. Un chiaro sintomo di debolezza perchè non c’è nessuna fretta di varare nulla, basti dire che il rugby in questo momento non va neppure in campo!

La seconda è quella di un gruppo dirigente inamovibile, in testa proprio il potentissimo Franco Ascione, a cui nessuno chiede di rispondere dei pessimi risultati raggiunti nell’ultimo decennio.

La terza riguarda i Club di Top12 che stanno lì nascosti fra i loro egoismi, fra rivalità extra-campo incomprensibili e con i bilanci economici allo stremo. Fanno solo silenzio le Società, anche vittime della mancanza di una Lega dei Club che sappia rappresentarle; quindi vittime di loro stesse, che quella Lega non l’hanno voluta e che ora manca tantissimo a tutto il movimento.

Il risultato di tutto questo: la creazione di una Elite di giovani talenti (o presunti tali) che valgono e contano per tutto il nostro rugby.

La prima e la seconda assurdità si risolveranno alle prossime elezioni federali perchè prima o poi ci saranno. Per la terza ci vuole una consapevolezza in più: quella dell’interesse comune delle Società.

Per quest’ultima è necessaria una Lega forte e partecipata, che sappia uscire, anche economicamente, dalla logica del “tuttiazzurriesoloazzurri” per vivere lo spirito di maglia di ogni club. Un mondo che vada dalla Under6 ed arrivi al Top12 e raccolga i giovani in un nuovo progetto bellissimo: il rugby diffuso.

Non solo elite ma il rugby per i giovani, tanti, un ovale diffuso per nuovi ed ambiziosi traguardi da dare ai giovani, per le migliaia di loro che, non per forza per mancanza di talento, non approderanno al jet set. 

Si può tutto questo? Qualcuno dirà che è una questione di soldi, invece no, la prima domanda più spinosa infatti è: ci sono gli uomini per fare questo?