Simone Rossi con la maglia della “sua” ASR Milano

Quel giocatore di rugby ha detto:”Cambio squadra e vado lì perchè è vicina alla mia attività lavorativa”. Quell’altro dice:” Smetto di giocare perchè devo studiare”. L’altro ancora:” Cambio squadra e vado lì perchè è più vicina all’Università” e poi l’altro ancora:”Vado a giocare lì’ perchè mi hanno anche proposto un posto di lavoro”.

Si potrebbe andare avanti con altri esempi, quelli qui sopra hanno tutti un nome e cognome, pure illustre perchè sono tutti giocatori del massimo campionato italiano, sono le loro vere motivazioni del cambio di casacca, sono le cose che muovono questi ragazzi al amare il rugby insieme alla loro vita. Provando a vincere entrambe le sfide.

Altri ragazzi dello stesso campionato scelgono di appoggiarsi un po’ di più al rugby, o perchè giovani o perchè con diverse prospettive personali. Tutto giusto, per carità. Infatti questo articolo non è per loro.

Qui si sta scrivendo per tutti quelli che ci raccontano del “mercato” del Top12, per tutti quelli che, dalla pancia  delle Società, ai Procuratori, fino a chi ne scrive su giornali e web, tratta gli spostamenti dei giocatori del nostro massimo campionato come fossero una vera questione di “trattativa”, di rafforzamento della rosa della Società in funzione di una disponibilità contrattuale e negoziale. Insomma oggi qui si vuole   ricordare a questi fantomatici fautori, o sognatori, di un rugby-mercato interno, di una quasi-professionismo, che è tutto falso, che non è vero, che non esiste. Smettano di giocare e guardino la realtà.

In una recentissima intervista a “Il Gazzettino” parlando dell’attuale momento del nostro rugby il celebre Vittorio Munari ha detto:”.. è pretestuoso e presuntuoso parlare, al nostro livello, di rugby professionistico anche se gli stipendi sono quel che sono e chi continua a sostenerlo è un irresponsabile“.

Perchè verso tutti quei ragazzi che calcano i campi di Top12 le singole Società, i loro allenatori, i direttori sportivi, hanno una precisa responsabilità sul loro futuro. Non basta dire che “sono grandi e maggiorennI”, non basta dire che “in fondo sono loro che scelgono”, la complicità e responsabilità che il rugby ha nella vita e nel futuro dei ragazzi che ci giocano è ineludibile.

Questa responsabilità vale per tutti, e soprattutto per tutto il Top12, Società più o meno quotate, più o meno ricche, più o meno ambiziose, tutte uguali di fronte al futuro dei propri ragazzi.

A coloro a cui piace giocare al “mercato”, piace fare il manager dei grandi capitali in movimento, a cui piace creare “progetti” complessi (pagati immancabilmente quattro soldi, quando ci sono), magari è meglio che si comprino una scatola di Monopoli.

I ragazzi del rugby devono prima di tutto farsi una vita.

One Comment to: GIOVANI E TOP12: IL PROFESSIONISMO DEGLI IRRESPONSABILI

  1. Tomas de Torquemada

    agosto 8th, 2020

    … Quel giocatore di rugby ha detto:”Cambio squadra e vado lì perchè è vicina alla mia attività lavorativa”. Quell’altro dice:” Smetto di giocare perchè devo studiare”. L’altro ancora:” Cambio squadra e vado lì perchè è più vicina all’Università” e poi l’altro ancora:”Vado a giocare lì’ perchè mi hanno anche proposto un posto di lavoro”. E quando mai è cambiato il rugby italiano? è sempre stato così, non è mai stato capace di scavallare e i risultati sono sotto gli occhi di tutti

    Rispondi

Leave a Reply

  • (not be published)