Il rugby professionistico si difende a colpi di calendari.  Oltre l’immagine più infantile che suscita una frase del genere, c’è invece una immagine più paggesca dei dirigenti del rugby mondiale che, per salvare il professionismo ovale, si mettono ad aggiungere partite su partite alla prossima programmazione, sperando e pregando che il prossimo anno sia di almeno 465 che i classici 365 non bastano più.

Perchè questa crisi mondiale, da queste parti lo si è già scritto, ha messo KO prima di tutto il professionismo che ha scoperto tante cose che sapeva di se ma faceva finta di non vedere.

Questo professionismo non è così ricco, troppi i soldi anticipati da sponsor e TV ed il blocco dei giochi li fa diventare grossi debiti. Quando la cosa si è fermata interi pezzi del mondo professionistico sono andati in apnea. Alcuni molto pesante (Argentina, Australia, Inghilterra fra tutte ma non le sole)

Questo professionismo non regge se non gioca, è uno spettacolo che non ammette sconti, non ha la forza di sospendersi. Non può tiare il fiato, le sue pause non sono remunerative.

Questo professionismo è fatto di troppi nomi e poco gioco. Infatti le regole cambiano in continuo per piacere a Tizio prima ed a Sempronio poi, così il gioco non è mai stabile ed allora contano i “nomi”. Siamo nella classica situazione in cui, un buon complottista matricolato, potrebbe arrivare a ipotizzare che certe formazioni messe in campo in verità un domani le detteranno gli sponsor o i Broadcaster televisivi. (Speriamo non sia già così !).

Questo professionismo è a corto di spazi e di idee. Arrivato il blocco delle partite la prima cosa che ha fatto, in alcuni casi per ora anche l’unica, è stato il taglio degli stipendi dei giocatori. Salvo poi costringerli ad andare in campo ad emergenza ancora in corso (Inghilterra, Nuova Zelanda).

Questo professionismo è troppo diverso dal resto del rugby. Si studiano regole nuove per renderlo più “interessante” ma in verità si segue l’onda emotiva del nuovo mercato da conquistare e fa sorridere che Eddie Jones, Head Coach di quelli della Rosa, in questi giorni abbia parlato di un rugby che adesso è troppo uguale al football americano. Lui ha provato a vincere il mondiale facendo proprio così.

Così alla fine il “professionismo” è finito a elaborare le proposte più strane per giocare il più possibile. Dicono loro che non si può perdere nemmeno un match del Sei Nazioni, non si può perdere nessuno fra i Test match, i campionati devono anticipare le ripartenze, le coppe europee devono essere destinate. Tutto in un imbuto che va da agosto a novembre. Tutto irrinunciabile perchè altrimenti qualcuno salta il pasto e non paga le bollette. Una questione potente di soldi.

Quest’ultimo è il primo e non unico segno di un professionismo fragile, che non ha spazi di negoziazione, che rischia il collasso di fronte ad una situazione di blocco come quella accaduta.

Abbiamo nel mondo un professionismo fragile ed anche rarefatto perchè per rendersi interessante deve gestire calendari con orizzonti planetari che diventano così fitti e frutto di una continua negoziazione, Una  condizione che non favorisce la crescita di nuove Nations e di nuovi spazi di rugby, ma soprattutto che fa del professionismo a quindici un Club mondiale. Sembra quasi che il modello sia quello della Formula1 : un grande circo intoccabile con fans a livello planetario.

La crisi economica mondiale del professionismo ovale è grave ma molti sembrano non accettare di rimettersi in gioco. Eppure in molte sedi federali invece si ragiona proprio così, si pensa al nuovo, si fanno conti e si rimodulano le strategie: lo fanno in Sudafrica, molto bene, lo fanno in Argentina, con un po’ di apprensione, la Nuova Zelanda è già passata ad uno schema “home-made”, lo fanno con grande perspicacia in Galles.

Questo tempo serve per ripensare e ripartire. Chi lo fa vince.