La ristrutturazione dei campionati è uno dei potenziali “attrezzi” con i quali affrontare la crisi del rugby. Quella che già c’era e quella che si sta allargando e generando in questo periodo di rischio sanitario.

Non basta però cambiare formule e tabelloni, bisogna individuare obiettivi e costruire scenari.

Intanto il nuovo posizionamento deve occuparsi di un problema economico delle Società, della necessità di dare spazio anche ad un dilettantismo evoluto, della necessità di mettere al centro la formazione e soprattutto la formazione dei formatori, dei numeri ridotti di giovani che sopravvivono al post-torneo giovanile ed approdano alla vera struttura competitiva del rugby. Ci sarebbero molte altre cose ma basta puntare gli occhi su queste per dimostrare che il cambiamento deve essere radicale. Tre cose si vedono subito.

La prima è che per diversi anni non servirà forse più un campionato come il Top12 o, meglio, come il vecchio Super10 di cui l’attuale Top12 è uno scimmiottamento. Quella formula sarà un obiettivo ma non è oggi una realtà.

La seconda è che il dilettantismo è la base del nostro rugby, che non bastano un centinaio di veri professionisti fra Pro14 e attuale Top12 per raccontarci che il nostro mondo può puntare lì, oggi meno di ieri. Quindi i campionati vanno gestiti con formule dove il livello della competitività garantisca uno scalino di formazione o un bacino di crescita almeno personale. In questi campionati l’unico che non dovrebbe essere dilettante è il Coach. Il massimo campionato (oggi Top12) dovrebbe in questo schema venire accompagnato da un altro livello: la Serie A.

La terza è che servono campionati giovanili forti e sostenuti. Serve un campionato Under20(21.. fate voi), un rafforzamento della formula multi-livello che copre oggi i campionati Under18 ed Under16. Gestire a livello giovanile livelli differenziati regionali dove ci siano le possibilità. E’ in questa dimensione che vanno fatti i veri investimenti a livello economico. Garantirsi un punto di osservazione su centinaia di ragazzi. Farli giocare a rugby senza togliere loro “la vita” (perchè questo non si fa in una federazione che può offrire solo dilettantismo). Anche per questo la Accademia deve essere diffusa sul territorio, siano i Coach accademici a girare per l’Italia e non i ragazzi a concentrarsi in un punto ed a perdere i contatti con club e categorie.

Abbiamo giocato su pochi punti per raccogliere poche considerazioni. Quello che abbiamo sin qui fatto è quasi un gioco ma è sicuramente un invito a guardare il futuro in una nuova dimensione. Basta legami con i vecchi schemi.

Se raccogliamo le idee intorno ai pochi concetti di cui sopra arriviamo a pensare ad esempio che il campionato più ambito in Italia nei prossimi anni potrebbe essere quello di un Top6(8) che gioca solo 4 mesi all’anno, ma il più interessante quello di Under20(21) che gestisce i nuovi talenti. La Serie A sarebbe il vero campionato a diffusione nazionale che dura 6/7 mesi e che assegna, come adesso, il suo titolo . Dalla Serie B in giù il rugby sarebbe un bellissimo divertimento che non ha età. Per questo anche in Serie B si dovrebbe assegnare un titolo di categoria.

Ecco un modo plastico, sicuramente insufficiente ma metodologicamente positivo di decidere come destinare gli investimenti. Basta milionate per gradinate vuote, basta contributi per orgogli localistici, si sposti la gara sul piano della formazione diffusa, la federazione si spogli del suo centralismo e si connetta alle Società del territorio.

Cambino i campionati perchè vogliamo far crescere il nostro rugby e, per fare questo, vogliamo usare tutto il rugby che abbiamo. Senza steccati.

One Comment to: PUNTARE AL CAMBIAMENTO RISCRIVENDO I CAMPIONATI MA USIAMO TUTTO IL NOSTRO RUGBY

  1. Luca Oliva

    maggio 12th, 2020

    Caro Stefano, mi sembrano ipotesi che non toccano il “cuore” del problema, e cioè le franchigie, che oggi rappresentano un “tabù” intoccabile che nessuno osa mettere in discussione.
    Personalmente invece io le discuterei eccome, c’è chi auspica una terza franchigia, chi ne vorrebbe mantenere solo una, io invece ne ridiscuterei proprio la natura, riportandole al concetto originario di franchigia “territoriale”, quindi rappresentativa di un territorio di riferimento (tanto per parlare fuori di metafora “i Dogi”), ma limitandone la partecipazione ad un livello di coppe europee, non di campionato a sè stante.
    Perchè quello che non si vuole vedere è che il rugby italiano sta morendo, se già non è morto, soffocato proprio dalle franchigie che sono come il figlio primogenito di una famiglia povera mandato a studiare alla Cattolica a Milano mentre a casa si mangia pane e mortadella … E se il figlio primogenito fallisce ? Le ambizioni di tutti gli altri figli ne usciranno mortificate e distrutte … E’ esattamente quello che sta succedendo al rugby italiano, ben prima del covid-19 … Ma come diceva Benigni, se va bene alla maggioranza, fanculo alla maggioranza …
    Ad maiora. Luca