Il massimo campionato italiano non ha assegnato quest’anno il titolo, è terminato ormai da oltre due mesi anche se la sua chiusura è ufficialmente del 27 marzo; i club hanno tirato i remi in barca. Non sono mancate su questa scelta le polemiche contro la Federazione ed anche i soliti “signorsi” da genuflessione.

E’ fuori dalla realtà chi, sono alcune Società ma soprattutto certi media, parla per questo campionato di “mercato” dei giocatori e di “valzer” delle panchine. Citare queste due cose erano già impraticabile in epoche normali ma oggi come oggi, che il nostro rugby italiano non ha più nemmeno gli occhi per piangere, che ha più debiti che speranza, parlarne costringe a scegliere se vogliamo morire dal ridere o dallo sconforto.

Rimettere i piedi a terra. Non si sa nemmeno quando si potrà rientrare in campo davanti ad un pubblico e la maggior parte delle Società del Top12 è ben distante dall’organizzare la nuova “rosa” 2020/2021. In giro ci sono tante chiacchiere e poi il solito Calvisano che triangola con Azzurro e Zebre, come sempre.

Sfiora il ridicolo l’osannato allenatore della nostra squadra che è andata in Challenge Cup a prendere bastonate e che ci racconta che nel nostro rugby va tutto bene. Siamo una squadra fortissimi?

Recuperare il senso della realtà è invece importante così come lo è rimettere a posto alcune distorsioni generate in passato. .

La prima cosa da cancellare per il Top12 è quella funzione da palestra dei giovanotti accademici che vi transitano con la maglia azzurra già addosso e la testa altrove. Il Top12 ha bisogno di recuperare una sua dimensione di Campionato di punta, con uomini di punta che credono in esso, deve essere fucina dei migliori indipendentemente dove siano cresciuti e semmai  pescare i più promettenti giovani prospect del movimento da una Serie A più snella rinnovata e ben gestita.

Non lo ha ordinato il dottore di arrivare in Top12, chi ci arriva deve garantire un certo livello economico e di gestione del sistema rugby. Dobbiamo oggi scrivere alcune regole molto basiche ed alzare l’asticella gradatamente nei prossimi tre anni.

Le squadre partecipanti al Top12 erano già palesemente suddivisibili in almeno tre diversi livelli nella stagione.conclusa. Per la prossima questi livelli rischiano di marcare pesantemente ancora di più la distanza tra loro Ci sono team in pesantissimo affanno economico, altri in surplace, c’è chi medita proprio di non esserci, qualcuno manda la lettera ai media con le note spese. Poi ci sono quelli che non hanno problemi, statali inclusi.

Il Top12 deve ricollegarsi al resto del movimento, la sua linfa è lì dentro, lì è il suo pubblico, la sua dimensione. Fosse anche non più a dodici ma a sei o otto squadre andrebbe bene lo stesso, l’importante sia tecnicamente rappresentativo e punti ad alzare davvero il suo livello..

Possiamo dire che oggi come oggi, che la rivoluzione si può fare, tanto tocca ripartire, la rivisitazione dei nostri campionati dovrebbe essere complessiva e puntare a maggior coesione fra loro.

Diciamolo: a livello di club rischiamo una implosione definitiva. Questa non è una ricetta per la crescita ma una cura per non morire.

Ricompattare il nostro rugby intorno al massimo sogno possibile, per quanto piccolo possa essere, curare l’eccesso di disomogeneità, portare il Top12 ad essere motore propulsore.

E’ poco? E’ tanto? Forse è molto di quello che ci serve.