In queste settimane di blocco delle attività sportive il raccontare di rugby  è diventato meno divertente ma decisamente più importante.

Ma come si sta raccontando di rugby in queste settimane? Guardando in giro si è visto che le possibilità non sono poi molte, proviamo a catalogarne tre.

Una è la nostalgia. Proporre e riproporre video e storie di grandi atleti del nostro sport, oppure grandi match, oppure guardare e magari intervistare coloro che appendono gli scarpini al chiodo, raccontare dei grandi campioni nel mondo che si ritirano  dall’attività, parlare della grande Italia del passato con “Grenoble” che la fa da padrone.

Un altro è la politica. Raccontare dell’unica cosa che nel rugby ancora si muove ed anzi si dovrebbe muovere in questo momento anche molto di più. Confrontare o dare opinioni sui piani di ripartenza del nostro rugby, cercare di capire quali assetti li produrranno ed in che tempi, verificare la destinazione, o meglio, il cambio di destinazione delle risorse economiche della FIR e delle altre federazioni. La politica del rugby è l’unico vero protagonista attivo in questo momento. Raccontare di questo certo lascia inevitabilmente lunghi strascichi di amaro. E’ inevitabile, fa parte di quel gioco.

Poi ci sono i “live”. Ovvero la ricostruzione della vita di un giocatore o di un tecnico nell’attuale emergenza, si tratta di fatto della contestualizzazione del rugby in un momento di non rugby. Una cosa che viene fatta da molti, ecco che vedremo il giocatore che fa volontariato e quello che gioca con “la Play”, la sua intervista che parla di cose diverse dal rugby o la sua giornata tipo.

Sui media ovali magari trovate altre divagazioni ma difficilmente escono dall’impostazione di cui sopra.

L’emergenza che stiamo vivendo ha presentato davanti a chi scrive, informa, racconta, descrive il rugby, una novità tanto assurda quanto nuova ed ineludibile: il rugby è fermo. Il rugby non si muove, non c’è, come si fa a parlare e raccontare di uno che non c’è, che sta fermo. Come si può  raccontare sport, ovvero una tematica che per condizione principale si deve “muovere” per fare notizia e meritarsi un commento?

I media del rugby sono oggi di fronte a questo difficile compito che è diventato anche più importante e decisivo che in passato.

Perchè tocca ai media del rugby, testate giornalistiche, Blog, Newsletter ed altri canali dedicati, tenere vivoe dinamicamente presente il rugby presso tutto il pubblico ovale (non solo i più grandi aficionados). E’ durissimo dare vita ad un mondo di sport che invece è fermo e che, per ovvi motivi e condizione non voluta ma assolutamente necessaria, di dinamico ha poco o nulla.

Tocca al mondo media ovale,  mantenere quel legame fondamentale con la gente, un legame che dovrà poi riproporsi quando tutto sarà finito e si dovrà /potrà ripartire.

Così quando andiamo a leggere di rugby in questi giorni, su qualsiasi strumento “media”, sia sulla carta che sul web, dobbiamo considerare che dietro quel messaggio c’è prima di tutto la necessità di ricordarci che siamo vivi, che siamo fermi ma siamo vivi.

Non è (solo) nostalgia ma è il passato che può tornare a farci divertire e vivere, non è semplicemente “politica” ma è il modo per assicurarci di avere un futuro, non è solo” live” ma sono protagonisti pronti a ritornare a fare grande il nostro sport.

Questo fanno i media del rugby oggi. Per chi non ci avesse pensato.