Il futuro del rugby italiano, quello che si guarda attraverso l’elezione del prossimo Presidente Federale, attraverso i candidati ed i  programmi  proposti, si trova davanti molti “cancelli”. Sono situazioni imprescindibili che andranno per forza affrontate per raggiungere l’obiettivo della crescita del nostro sport nel nostro paese.

Molti cancelli si diceva, alcuni si apriranno, altri bisognerebbe saltarli, altri forse bisognerà tenerseli chiusi e minacciosi o dargli una insana spallata. Eccone solo alcuni.

IL GOTHA Esiste fra alcuni leader di maggioranza (Pro-Alfredo Gavazzi) e di opposizione, la sensazione di essere “gotha”, di essere un vertice ineludibile, di essere i veri manovratori di tutto. Sono gli iper-politici del nostro rugby, lavorano dietro le quinte, garantiscono lunghi silenzi, tessono trame di conciliazione e di posizionamento, ma lo fanno solo fra di loro. Mandano messaggi pubblici da giornali autorevoli o lanciano “ponti” di “unità nazionale”, fanno analisi ma parlano quasi mai in pubblico. Tanto loro sono convinti che la massa poi li seguirà. E’ accaduto in passato perché non dovrebbe ripetersi? Il gotha è di fatto trasversale e si muove perché senza di lui nulla accada.  Tutto questo nel nostro rugby esiste. Vi piaccia o no.

I 45 MILIONI. Ovvero i soldi che devono arrivare da Sei Nazioni e Pro14 per la vendita delle quote societarie. Fanno gola, qualcuno pensa che con loro si può fare tutto. Lo pensano soprattutto i fautori della vecchia maggioranza che ha espresso per otto anni l’attuale Presidente federale, poi quelli della “unità nazionale”. I primi trovano nell’ancora milionaria un modo per far dimenticare i disastri del passato senza neanche dover scrivere chissà che programmi nuovi e salvando lo schema trascorso. Chissà. Lo pensano alcuni anche fra i loro vecchi avversari “perchè la sfida è planetaria”. Chi ha le chiavi di questo “cancello” pare pensare che con i soldi si fanno i progetti e non che devono essere i progetti l’unità centrale alla quale i soldi devono far riferimentoI quarantacinque milioni potrebbero essere il “compromesso storico” del rugby italiano. E magari la chiameranno “unità”.

BASE E BASICO Ricominciare dalla base, è questo lo schema che si sente in giro da alcuni candidati e su alcuni programmi, è il più rugbistico, sicuramente il più romantico. La sua efficacia si scontra con i punti precedenti ma soprattutto rischia in certi frangenti di essere troppo “basico”. Il mondo esiste e la posizione dell’Italia nel mondo è il gran problema creato dalla passata gestione. Chi pensa alla “base” come punto di partenza rischia di ancorare tutto/troppo al territorio e di perdere la visione più ampia a cui il Tier1 ci “costringe”. E’ troppo poco per essere tutto. Messo così potrebbe essere un cancello con vista sul deserto.

CALVISANO Ecco un altro argomento “off limits”. La gestione attuale della Federazione ha trasformato la cittadina di provenienza del Presidente (non certo la Lombardia intera) nel centro nevralgico della Federazione: la Capitale del rugby.

Girano su Calvisano: l’Accademia, come unità di formazione federale e come team di Serie A, le Nazionali azzurre, incluse partite e/o allenamenti, arbitri, area tecnica, giocatori destinazione Zebre, il giro dei massimi allenatori e molte altre cose nate ben dopo quel campo in sintetico pagato dalla FIR e la realizzazione dello Stadio per i precedenti mondiali Under20. I bene informati dicono che le Zebre sono destinate a Calvisano.

La posizione di Calvisano è centrale e quasi “totale” nel rugby italiano ma anche fragile: una qualsiasi grida federale futura può spostare tutto in un attimo in altre sedi. Per questo esiste l’ineludibile partito che difende quanto sopra incrociandolo con altre “posizioni”. Questa cittadina è un cancello ineludibile,  per questo molti dicono ci sarà in tutti i casi un suo candidato, con “Calvisano” chiunque dovrà fare i conti. 

IL VENETO separato o no? E’ un tema antico e sempre meno attuale. Le posizioni in campo giocano ancora sulla spaccatura del movimento del Nord-est e adesso anche sulla non capacità di questo territorio di conquistare nuovi alleati in giro per lo stivale.

Il Veneto ha avuto una franchigia Benetton troppo trevisocentrica che forse solo ora si rende conto che l’essere franchigia aveva un ruolo anche regionale, ruolo eluso nel tempo. Il Veneto ha troppe grandi Società a basso contenuto di “ossigeno” che portano avanti il rugby fra gli sgarbi federali e le rivalità interne. Alla fine è una intera regione con un carico di rugby, di titoli e di voti importantissimo che “pesa” meno di un centro sportivo della bassa-bresciana. Un cancello apparentemente aperto. E se qualcuno invece si impossessasse delle chiavi? 

TOP-DOWN O BOTTOM-UP Ecco il vero elemento “lampo” che brilla nella discussione per il rugby italiano del futuro. La Federazione attuale ha applicato il Top-Down isolando un vertice nel nostro rugby (FIR, Accademie e Nazionali) e portato ogni attività in quella direzione. Non ha funzionato. Il vertice non ha prodotto risultati e la base è implosa fra recessione tecnica ed economica. Fare il contrario? Privilegiare il rugby dalla base e da lì far nascere il futuro del rugby italiano? In verità questo piccolo paragrafo esiste per scoperchiare il piano dei soliti furbacchioni che dicono: fare tutti e due i percorsi? Viene in loro aiuto il gruzzolo dei 45 milioni, la logica certamente no. E’ un cancello ineludibile perchè fa tutti contenti (ma non risolve nulla). Comunque congratulazioni a questi geni della lampada. Fregassero solo quella spunterebbe Aladino ma se lo fanno con il rugby italiano….

Si potrebbe andare avanti con altri scenari che si intrecciano nel nostro mondo ovale in fibrillazione, lo faremo più avanti. Intanto questi bastano a far capire come la cosa sia complessa ma che da questi grandi sistemi bisogna comunque passare.

Il gioco è grande ma, in tutti i casi, per noi vale un largo sorriso e “forza Rugby !”.