Anno 2000. L’Italia nel Sei Nazioni.

In questi giorni il Board del Pro14 ha fatto sapere che l’ultima l’offerta di CVC, un prestigioso fondo di investimento, è stata accettata ed un primo accordo è stato stilato per far passare il 27% della proprietà di quel campionato appunto alla CVC.

I mezzi di informazione si ricordano di abbinare questo passaggio di quote ad un altro già avvenuto in Inghilterra diversi mesi fa quando CVC ha acquistato il 27% del massimo campionato inglese di rugby: la Premiership. Altro abbinamento è stato fatto con la richiesta che pende, sempre da parte di CVC, per l’acquisizione di un 15% del Torneo del Sei Nazioni. Per tutte queste operazioni si parla di tanti milioni di euro, tanti davvero, cifre che fanno girare la testa.

Un fondo di investimento privatissimo, ricco e prestigioso che si compra pezzi dei campionati di rugby europei e una quota nel più bel torneo di rugby del mondo. Che dire? Evviva, il rugby è ricco.

Però diciamo anche che manca un abbinamento interessante per chiudere davvero il cerchio di questi “oval business”.  E’ un articolo apparso sulThe Times” di questi giorni dove si parla delle dirette TV dei match del Sei Nazioni nel Regno Unito che fino ad oggi sono garantite in chiaro da BBC ed ITV e che potrebbero spegnersi per passare alle pay tv dal 2022 in poi.

Da quando è iniziata la trattativa fra Board del Sei Nazioni e CVC è uscita anche questa novità. Dice “The Times” che lo stesso Ben Morel, CEO del Sei Nazioni, non ha potuto negare che dal 2022 forse si debba passare ad un oscuramento dei match del Sei Nazioni ed al loro passaggio sui canali a pagamento. Un portavoce di BBC ha invece detto:” I canali terrestri hanno portato al Sei Nazioni un numero di spettatori senza precedenti assicurando che il rugby sia goduto dal più ampio pubblico possibile e speriamo vivamente che questo continui”.

Va ricordato l’enorme seguito anche “televisivo” dei match del Sei Nazioni nel Regno Unito, la sua permanenza “in chiaro” sarebbe importante. Il suo passaggio alla pay tv è infatti un “affare” molto grosso ma forse anche un limite per il movimento ovale di lassù. Va ricordato infatti che il recente match fra Scozia ed Inghilterra ha avuto più di 10 milioni di spettatori di cui oltre un milione “on line”.

Insomma il passaggio delle quote dei vari campionati e del Sei Nazioni al Fondo di Investimento ha delle conseguenze immediate che sono ben visibili da questo racconto del celebre giornale britannico. La logica del “business” con la quale ci si fa socio un fondo di investimento richiede poi una contropartita ed è giusto che sia così.

L’importante è che si sappia, quando poi arrivano i soldi nelle casse delle Federazioni europee coinvolte, che il prezzo da pagare può essere molto importante, magari anche  in termini di visibilità del nostro sport o di altri condizionamenti che sono pure facili da immaginare perchè, mancando di fantasia, basta guardare cosa accade nella pallatonda.

Tutto questo va bene anche per l’Italia? E’ corretto anche per noi? Ciò che può essere plausibile per l’Inghilterra è integrabile anche nel nostro paese?

Anche in Italia in questo momento i massimi dirigenti del rugby scalpitano al pensiero della valanga di milioni (se ne contano fino a 45) che la cessione di queste quote può portare nelle casse della nostra Federazione. Ma le domande di cui sopra fanno parte di questa consapevolezza? 

E’ un’epoca nuova per il rugby e per il Sei Nazioni, quella di CVC è senz’altro una offerta al passo con i tempi ed anche un riconoscimento per il nostro rugby ma i suoi effetti primari possono essere anche fastidiosi per uno sport molto giovane che non ha ancora un radicamento omogeneo nel mondo ed è passato al professionismo solo 25 anni fa.

5 Comments to: PRO14, SEI NAZIONI, LE QUOTE A CVC: LE CONSEGUENZE VANNO BENE ANCHE PER L’ITALIA?

  1. Consulente

    marzo 3rd, 2020

    E’ un investimento.
    I 45 milioni li dovremo ridare in tot anni … non so quanti ma di sicuro dopo i primi 2 o 3 il peso dei soldi da restituire a CVC sottrarra’ risorse e blocchera’ gli investimenti piu’ a lungo termine.
    Francia e Inghilterra magari possono permetterselo, noi faremmo meglio a fare senza o a negoziare condizioni speciali.

    • marzo 3rd, 2020

      Non è proprio così ma è vero che di fatto è in parte un anticipo su futuri incassi. Non è proprio così drammatica ma non è nemmeno come la raccontano. Grazie per il commento.

  2. Paolo A.

    marzo 3rd, 2020

    In quanto appassionato di sport in genere, anche rotondolandia da giovane, non ho mai ceduto alla regola del “vuoi vedere?” “paga!”.
    Non seguo più la F1, non seguo più il motociclismo, non seguo più il tennis, la boxe (ma esiste ancora?). Quindi nonostante tutti i sabato pomeriggio di febbraio e marzo passati guardando la mitica telecronaca di Franco Rosi durante il cinque nazioni, non guarderò più le partite di rugby.
    E non credo che il movimento italiano possa permettersi di perdere appassionati, perché penso che tanti faranno questo ragionamento.

  3. Robi

    marzo 4th, 2020

    E chiaro che il dislivello fra le federazioni non facilita una previsione delle conseguenze. Questi investono ma sappiamo qualcosa sul piano operativo sul programma ? In linea di massima credo che per noi ( ultima ruota del carro ) ci sia poco da perdere.

  4. Francesco Ricci

    marzo 4th, 2020

    Se investono prevedono e vogliono ritorno, chi non produce potrebbe perdere il posto a tavola, per esempio.