Finn Russell

Finn Russell viene dal centro della Scozia, classe 92, super talento, mediano di apertura della sua Nazionale, un tipo davvero top quindi titolare in campo, quando non fa un colpo di testa a va fuori rosa a piangere e pestare i piedi. Come lo scorso fine settimana (e quello prima) quando è stato di fatto estromesso dal team per aver disatteso le regole di squadra messe da Head Coach Gregor Townsend.

Russell gioca in Francia al Racing 92, altro posto dove le regole ci sono ma dove però c’è anche una certa aria di “divismo”, una malattia molto diffusa nel rugby francese che il neo Coach dei galletti Fabien Galthie sta cercando di esorcizzare con la sua giovane e nuovissima Francia che sta fin qui facendo tanto bene al Sei Nazioni.

Torniamo a Finn lo scozzese che la sera prima della partita dicono le cronache si andato in giro per la città a ciucciarsi birrette, disattendendo non solo le regole di Townsend ma anche le raccomandazioni dei suoi compagni che gli avevano chiesto di lasciar stare, di attenersi agli standard uguali per tutti. Si legge che in particolare lo aveva fatto il suo compagno di squadra, tallonatore della Nazionale scozzese Fraser Brown che pare gli avesse chiesto di non trasgredire perchè “… tutto quello che volevamo fare era avere una serie di standard in cui tutti noi tiriamo nella stessa direzione. C’è che tutti in questa squadra ci credono”. Letto da questo lato il fatterello di Finn diventa un vero e proprio tradimento.

Il Finn Russell, scoperto e buttato sulla stampa nel post-match con l’Inghilterra, ha raccontato allora di problemi con il Coach, di ambiente sbagliato, ha bisticciato e frignato argomentando come un pulzello qualsiasi sulla mancanza di fiducia e coinvolgimento nei suoi confronti.

Tutto questo leggendo la stampa qua e la. Questa storia, gossippara, ben poco tecnica e di basso profilo sportivo, men che meno rugbistico, ci suggerisce due spunti sul rugby moderno. Perchè si sa da queste parti nulla si ha contro gli anni che passano e si è schieratissimi dalla parte del futuro che avanza ma, questo futuro spocchioso e ricco, ci piace ogni tanto anche prenderlo in giro.

Primo spunto. Finn Russell è un autorevole prodotto del professionismo, non è certo l’unico che si sia cimentato negli ultimi anni in questi funanbolismi, anche nel rugby succede da un po’ di tempo. Non citiamo i precedenti solo perchè Finn è l’uomo del giorno, si merita lui tutta la citazione.

Si diceva di questo professionismo che è ben capace di creare gran talenti, Russell eccome se lo è, ma non riesce a farne sempre degli uomini , anche quando li copre di euro o sterline. Del resto in un certo professionismo sei una stella per quello che fai in campo non per come sei fuori. Bravo Townsend a rilevare e punire ma si sentono già le sirene che invocano maggior tolleranza. Quelle sirene si chiamano “sponsor”. Insomma il futuro potrebbe essere meno rigido e, qualcuno può dire, il rugby meno rugby. Ci si ferma qui che il campanello d’allarme suona già abbastanza forte così.

Il secondo spunto ci porta al ruolo di un Head Coach nel professionismo. Sempre di più manager del suo team oltre che del suo staff, garante della manovra tecnica in campo e della gestione comportamentale fuori. Insomma non si tratta più solo di dirigere qualche ora di allenamento al giorno, divorare filmati e nutrirsi di statistiche producendo tabelle. Il professionismo invoca precisione estrema e preparazione totale. La responsabilità di un Head Coach, quando il professionismo arriva e si fa strada,  ha oggi una amplificazione alla quale i vari Russell devono abituarsi.

Fine della storiella cattiva dai risvolti buoni. Forse.