Questo finale non ci piace. Lo “sparring partner” no grazie, la nostra storia è evidentemente arrivata qui ed il nostro rugby italiano è pure scomparso ma non ci va bene così.

Pochi di voi riescono a parlare di rugby per più di 2 minuti senza dover citare un team inglese o francese, irlandese, gallese o sudafricano. Perchè il nostro rugby è uscito dalla vista, anzi spinto fuori.

Sono anni che gestiamo per il nostro rugby una presenza proiettata solo verso l’estero, il Sei Nazioni, il Pro14, i Test Match internazionali, i Mondiali Under20 e poi spazio ai campionati nazionali degli altri. Dalle franchigie alla selva di nazionali giovanili, dalla Under20 alla diciassette, dalle accademie di vario tipo alle “amichevoli” azzurre internazionali, tutto il valore e l’economia del nostro mondo ovale destinata ad andare a giocare con “gli altri”.

Il rugby di casa nostra parla solo e riesce a compiacersi di se solo quando dall’altra parte del campo ci sono “gli altri”, tutta la nostra organizzazione ovale del rugby è orientata lì, a mettere qualcuno dei nostri a giocare con inglesi e francesi, gallesi o irlandesi, solo quando è così parte il tripudio. Il resto è silenzio.

Così piano piano, ma neanche tanto, abbiamo spento il nostro rugby nazionale. Rimasto senza soldi e senza visibilità al punto che potremmo anche chiederci quanti sanno davvero che la nostra massima categoria ovale ora si chiama Top12 e non più Eccellenza, o che non si chiama Serie A? Tutto questo per cosa?

Nessuna verve passatista, le cose stanno così, in altro modo non potevano andare, però tutto questo nostro posizionamento “estero” non ci ha portato da nessuna parte, non ne abbiamo ottenuto nulla e tutta questa sterilità ci ha invece procurato nel mondo una posizione sbagliata, ci siamo e ci hanno destinati ad un ruolo stupido ed impervio: lo sparring partner.

E’ di fatto il ruolo che oggi come oggi ci viene affibbiato dalle super-potenze del rugby. Specialmente i nostri colori azzurri sono troppo spesso “utilizzati” dagli altri in questo modo, anche in Pro14 ed a livello di club europei troppi team ci vedono così, solo la Benetton lo scorso anno si è guadagnata un po’ di rispetto ma per poterlo fare ha messo la sua maglia agli “altri” (con la selva di stranieri che schiera….).

Ecco un tema utile in questo anno ventiventi assembleare ed oval-elettorale. Vogliamo rivedere anche il nostro rugby italiano? Dobbiamo ripensare a fondo come dobbiamo entrare e muoverci nel rugby degli altri? Per non finire da sparring partner: la Nazionale è un punto di partenza o di arrivo?

Sono domande che oggi come oggi vanno indirizzate ai massimi dirigenti del nostro rubgy, federali e di Società, ma non fa male lasciarle anche ai mezzi di comunicazione ovale e a tutti coloro che scrivono di rugby.

Se anche tutti color che scrivono di rugby trovassero il tempo, fra una magnificazione per il campionato giapponese e la preoccupazione sulla retrocessione dei Saracens, fra lo studio approfondito della nuova Nazionale francese ed il loro nuovo campionato Seven, fra il valzer delle panchine internazionali e la copiatura dei comunicati stampa federali, di argomentare davvero sul rugby italiano e sul suo futuro, faremmo tutti insieme più strada.

Sparring partner: no grazie.

 

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