Il Top12 è appena iniziato ed il celebre tema della “forbice” è diventato davvero ingombrante ed ha assunto un nuovo valore.  Già, “la forbice”ovvero quel dibattito sui diversi livelli dentro il Top12, che su questo campionato si è fatto molto più forte da quando, con l’ingresso delle franchigie italiane in Celtic League oggi Pro14, attenzioni di molti tipi hanno abbandonato il massimo campionato italiano.

La “forbice” ovvero la constatazione delle differenze in campo e soprattutto fuori fra i ben dodici team che fanno parte del Top12, la evidenza che in questo torneo si giochino più di un campionato e da quest’anno decisamente tre.

Vediamo almeno alcuni modi attraverso i quali si realizza questa forbice e soprattutto cerchiamo di capire dove porta.

Partiamo subito con la constatazione che nel tempo la preparazione al massimo campionato italiano per le Società partecipanti è scalata da competizione aperta a ricerca di una propria competizione.

Se quasi tutti i team un tempo cercavano, in fase di costruzione della rosa e delle condizioni di staff, almeno una possibilità di total-competition oggi la loro preparazione già viene anticipatamente auto-derubricata in questa fase alla individuazione dei 3/4 altri team concorrenti e la disputa viene aperta in particolare su di loro.

In campo poi scende sempre il meglio ed il massimo, il rugby è fatto così o niente, ma, in funzione di quella politica di gestione, molti match perdono di sapore fin dalla loro genesi in calendario.

E’ per questo che oggi abbiamo dentro il Top12 ben tre campionati, quello per la vittoria finale, tre o quattro team, una fascia di mezzo alla quale da queste parti piace dare il nome lunare di “mare della tranquillità”, due o tre squadre, e poi la fascia terza, quella che lotta per non retrocedere. Le possibilità che vi sia contaminazione fra le tre fasce sono ridotte ogni anno sempre di più al lumicino.

Ma la forbice in Top12 è aperta anche dalla stessa forma e consistenza in fatto di assetti societari.

Ci sono team che sono smaccatamente composti, dalla Direzione fino al campo di gioco, da professionisti, in altri il dilettantismo parte dal vertice, passa anche per lo staff ed arriva al campo.  Esempi: Rovigo è top-professional ed il Petrarca ha presentato addirittura la proposta per entrare in Pro14, le Fiamme Oro sono prof per nascita ma è il Calvisano che spicca fra tutti. Questi ultimi hanno addirittura una propria compagine di permit player per la Coppa europee, hanno una Accademia Federale che si muove e gioca sul proprio campo, realizza allenamenti congiunti e varie altre compenetrazioni direttamente con le Zebre.

Poi c’è il campo. Qui il giudizio diventa insindacabile perchè la sensibilità di ogni Coach è difficilmente sondabile ma è chiaro che il metro di gioco cambia dal vertice del Top12 alla coda. Più velocità e ricerca dello spazio in cima alla classifica con prime linee a volte molto “slim”, più pesantezza e concretezza in fondo, ovvero, lasciatecelo dire che non c’è niente di male, più serie A.  E cosi si arriva a sbirciare nel “nuovo” potenziale ordinamento del rugby italiano.

Perchè i team della parte finale del Top12 tendono a non staccarsi più di tanto dalle logiche della categoria dalle quale provengono ritenendolo il modo migliore per resistere al ritornarci ma anche perchè il salto fra le due categorie è decisamente lungo, incolmabile in una estate ma anche successivamente non è così agevole.

Così il Top12 accumula ogni anno sempre di più queste caratteristiche che alcuni chiamano “tossine” e si snatura sempre di più nella sua essenza. Infatti, dopo aver abdicato dal ruolo di vetrina del rugby italiano, ora il Top12 sta lentamente scivolando verso il vecchio ordinamento anni ottanta di Serie A1 dove la A2  sarebbe la Serie A già esistente. Se questo è lo schema a cui si tende sarebbe corretto le Società lo venissero a sapere presto, in particolare quelle di prima fascia, per regolare di conseguenza i loro investimenti.

Oppure c’è la Lega dei Club.