La scena è presa, The Rugby Championship sta dando il meglio di se e non è sperimentazione in vista del Mondiale, è proprio rugby. Quattro Nations che stanno facendo faville, nessuna esclusa.

All Blacks a parte queste Nazionali erano quasi tutte in crisi negli ultimi anni ed ora eccole lì, rigenerate. Così è venuto spontaneo guardare chi sono i loro ragazzi che vanno al Mondiale e come ci sono arrivati in questi ultimi quattro anni.

Il tema di oggi è: avere maggiore disponibilità di ragazzi talentuosi da portare all’ultimo stadio, come fanno queste Nations?

Si è potuto così verificare che hanno un punto in comune fra tutte: la strategia è allargare al talento, formarlo e “chiudere” il più tardi possibile.

Vediamo però prima alcune specificità dei singoli paesi.

L’Argentina, che ha una necessità di crescita del suo rugby prima di tutto all’interno dei suoi confini, per farlo ha chiuso il cordone della borsa ed ha stabilito che chi esce dal paese senza “autorizzazione” esce dal giro dei Pumas. In effetti il suo vivaio alimentava mezza Europa e per allargare la base da esplorare è bastato mantenerne internamente il più possibile.

Nuova Zelanda, Australia hanno anche puntato sul “prelievo” da paesi limitrofi, in particolare dalle isole del Pacifico. Scovare talenti, naturalizzarli nel proprio paese e/o renderli “eleggibili” per le Nazionali. In particolare gli Wallabies hanno ricorso a questo espediente per salvare il Rugby Union nel proprio paese.

Il Sudafrica ha avuto il “problema politico” delle quote nere. Il tentativo di “allargare per razza” invece che per competenza non ha dato i grandi risultati sperati, tutt’altro, ma del resto l’obiettivo non era sportivo. Nel tempo però qualche talento è emerso ma anche certi laccioli hanno subito interpretazioni sempre meno integraliste. I Coach sudafricani hanno capito che indietro è difficile tornare ed hanno cominciato a lavorare sul fatto che quel tipo di allargamento presupponeva una preparazione di base, nelle provincie. La strada è ancora lunga ma intanto il Sudafrica che va al Mondiale è davvero “super” rispetto a quello di un paio di anni fa.

Tutte queste strategie sono anche discutibili, tutte hanno un profilo non per forza piacevole, alcune stucchevole e da queste parti più volte lo si è scritto, ma oggi il punto è altro.

Tutte queste strategie non usano la tattica del collo di bottiglia. Come facciamo qui in Italia, tanto per intendersi, dove iper-selezioniamo e rendiamo già “azzurri” i ragazzi dai 16 anni in su. I nostri ragazzi sono infatti iper-selezionati da subito e fanno il percorso inverso rispetto a quelli sopra, sono prima di tutto Nazionale Azzurra e poi, dopo Accademia FIR, arrivano ai club di un campionato per dilettanti.

Quelli della Sanzar invece hanno un atteggiamento di individuazione del talento e della scelta di Tizio rispetto a Caio che diventa iper-selettivo solo all’ultimissimo stadio, nelle fasi precedenti usano i club per garantirsi palcoscenici competitivi dove sperimentare e far crescere. In un modo o nell’altro, fra le loro molte differenze, fanno tutti così. La maglia della loro Nazionale, a qualsiasi livello, è un punto di arrivo, non di partenza.

Facciamoci una pensata. Forza rugby.

One Comment to: QUELLI DELLA SANZAR E LA SELEZIONE: ALLARGAMENTO NON CHIUSURA

  1. Pierangelo

    luglio 29th, 2019

    Articolo interessante ma vorrei puntualizzare alcuni dettagli:

    Credo che ci sia un’enorme differenza culturale e non solo sportiva: in Australia e Nuova Zelanda c’è sempre stata una migrazione di famiglie e ragazzi dalle isole del pacifico per cercare opportunità quindi non direi che c’è un “prelievo” ma bensì una selezione sul proprio territorio.

    E’ vero anche che la Nuova Zelanda è sempre stata l’unica accusata di “poaching” perchè è l’unica che fa attività di prelievo. In australia arrivano e crescono in cerca di opportunità ed infatti molti vengono persi nel Rugby League o AFL. In Nuova Zelanda il sistema è chiuso e centralizzato ovvero c’è tutto sotto controllo e conoscono tutto di tutti (simile a quello irlandese).

    Il Sud Africa ha attraversato il periodo del cambio “culturale” del rugby e non generazionale: ha dovuto sposare un altro credo perchè ha capito che il rugby stava e sta andando verso un’altra direzione ed i mezzi a disposizione non sarebbero più stati sufficienti a performare. In particolare ha lavorato molto in questi anni sull’evoluzione dei giocatori sulle loro competenze ed anche i ragazzotti biondi con occhi azzurri si sono dovuto adeguare e ricredere.

    L’argentina stà raccogliendo i frutti del proprio lavoro e nonostante sono competitivi non hanno ancora allargato la base a sufficienza. Sarà solo una questione di tempo.

    Per il resto concordo con quanto riportato nelle vostre conclusioni ed aggiungo che il modus operandis italiano annulla la competizione interna .