Nessuno come noi italiani sa apprezzare l’erba del vicino, per noi è troppo spesso “sempre la più verde”, anche quando non è così. Così fa sorridere che nel mondo, il nostro mondo ovale, il fatto di aver a che fare con l’altrui giardino possa essere una cosa “naturale” o un “dramma” nazionale. Gustiamoci allora tesi ed antitesi di Francia ed Argentina.

Partiamo dai sudamericani che in questi giorni hanno annunciato che una loro seconda squadra giocherà in un campionato straniero. Dopo i Jaguares che militano in Super Rugby accanto alle grandi del Sudafrica, della Nuova Zelanda e Australia, i neonati Jaguares XV entreranno a far parte del secondo campionato sudafricano in Currie Cup.

La Currie Cup è in effetti un prestigioso torneo nato nel 1889, raccoglie i team delle provincie sudafricane ed è diviso in due categorie con una formula di campionato non semplicissima; gli argentini hanno piazzato i loro ragazzi non nella prima fascia ma nella seconda dove gioca anche un team della Namibia, di fatto la Nazionale di quel paese.

L’Argentina, che ha propri campionati nazionali, ha fatto dell’accesso ai campionati degli altri nel sud-ovale una questione naturale, una pianificazione normale per la propria crescita, una strategia che per loro funziona, visto anche il piazzamento del loro rugby nel mondo.

Per i francesi invece mischiare il proprio rugby di vertice con qualcuno che francese non è pare sia diventato prima che un caso politico, uno psicodramma collettivo.

Bernard Laporte, Presidente della FFR, la federazione francese, sta pensando infatti di mettere a capo della Nazionale transalpina un non-francese (un neozelandese? un australiano? un inglese?). Sarebbe la prima volta nella storia che la loro Nazionale maggiore viene gestita da un non-francese e la cosa crea appunto la tragedia di cui sopra al punto che Laporte ha convocato un referendum fra i club francesi, una vera votazione nazionale con voto elettronico che si aprirà il giorno 8 aprile e si chiuderà il giorno 11.

Così il 12 aprile i francesi sapranno se la loro Nazionale maschile di rugby può essere guidata da uno che parla magari inglese, terrible! Pourquoi oui pourquoi pas?

Dalla consuetudine al dramma per un rugby che è mondiale da sempre, come sua naturale vocazione, perchè il rugby è nato e vissuto di tour e contaminazioni continentali ed extra-continentali. Larghi spazi. Invece tutto quello che si vede sopra accade forse perchè questo rugby, dal professionismo in poi, da quel 1995, si è trovato a vivere in un mondo più piccolo e più stretto di quello che aveva prima.