Quando sono passati 26 minuti il San Donà ha già in tasca il punto di bonus in una partita, senza nulla togliere all’impegno dei ragazzi di Green, dove per vincere  è bastato fare un paio di corse. Le mete di Schiabel, con infilata diagonale o con superiorità al largo, sono figlie di tattica, roba provata in allenamento ma aver davanti un avversario paritcamente nullo non rende giustizia. Medaglia d’oro al solito Derbyshire che dei suoi colori biancocelesti ne ha fatto uno scopo di vita, dimostrando una concentrazione ed una dedizione tutto cuore e spinta. Bello vedere uno così in campo.

Il Mogliano che arriva a San Donà dopo aver vinto “per caso” con Verona è inesistente, spento, annichilito fin dal calcio di inizio. I cambi, che arrivano, fin da subito, raccontano cose che forse anche “no”, ma chissà se fosse “si”. Comunque sul 36-0 il San Donà si ferma ed il risultato si aggiusta.  Nulla da dire in un match che, a guardare il calendario, doveva aver molto da raccontare da tutte e due le squdre. Che strano questo rugby.

Per contro il Verona che si ferma davanti al Valorugby è sempre in crescita ma è vittima del suo “impegno” che, ora si vede, deve ancora fare un po’ di strada “tecnica” ma è più lunga di quella che gli riservano le giornate che mancano alla fine. Insomma il gioco di mischia degli scaligeri ai fini della conquista è sporadicamente efficiente, quello al largo è migliore ma l’avanzamento non è scontato. Fra i giocatori Rossi nel suo antracite è nel suo momento magico, Greef dimostra di esserci bene. Davanti c’è un Valorugby nel primo tempo lento ed a tratti senza concentrazione con un Amenta frettoloso (qualcuno gli dica che anche se la fa veloce sempre 80 minuti deve restare lì) ed una gestione delle fasi prevedibile. Gli emiliani vincono la partita perchè nella seconda parte della partita ci mettono un po’ di velocità, perchè Vaega ne ha più di tutti e la mischia è due spanne sopra. Poco ma quello che basta. Rodriguez ha testa e buonsenso per tutti ma Farolini merita di più.

Il Viadana nel secondo tempo infila un 16 – 0 ai toscani Medicei e si porta a casa una vittoria figlia del piede di un Ormson, 6/6 la sua statistica al piede, incontenibile nel suo gioco di attacco, vero artistia di una vittoria che trova supporto in un buon lavoro della mischia e nel lavoro da “centro” di un buon Spinelli. Il Viadana che vince è troppo figlio di alcune individualità, non funziona davvero il raccordo fra gli avanti ed i trequarti ma la forza di una squadra che ce la mette tutta per essere tale si vede ed alla fine paga. Frati forse non ha centrato gli obiettivi stagionali ma la squadra c’è.

Con il Rovigo che rifila il cinquantino alle Fiamme Oro le prime quattro posizoni di accesso ai play-off sembrano decise. Per quelli di GuIdi è l’ultimo schianto di un campionato che comunque vada è stato solo pessimo per i cremisi e che dovrebbe far riflettere tutto il Corpo di Polizia sul clima, sui risultati, sul destino di questa squadra di professionisti che decisamente non va e della quale non si trova il significato profondo.

Per la retrocessione faremo meglio i conti ma il Valsugana lotta per arrivare al 6 aprile, giorno del match-clou contro Verona, ancora in corsa e pronto per la zampata finale. Questa è l’ultima cartuccia che ha ancora in canna la regular season del Top12.

Un appunto sul gioco che si vede in campo. Il Top12 era iniziato con i team che generalmente tentavano gioco largo, coordinamento fra i XV, velocità ed ariosità in campo, un po’ di dinamismo. Da molte giornate si vede solo una montagna di gioco di mischia e tanta ignoranza. I vicini di sgabello allo stadio godono del “gioco d’altri” tempi che, niente di male, sempre rugby è, anche se datato. Ma la storia oggi scrive altre cose nel nostro sport.

Forse i team si appoggiano così tanto alla mischia perchè non hanno altra possibilità, ci vuole troppo fitness e molto più allenamento per cercare certi meccanismi, tempo e risorse che solo i team prof. hanno davvero. Forse accade questo anche perchè alla fine questa è la cultura del nostro rugby, i giocatori arrivano dal “basso” che sono formati così e questo possono fare. In questo contesto di gioco, legittimo ed a tratti anche molto gradevole, la FIR inserisce i giovani accademici che invece, secondo lei,  dovrebbero giocare l’altro rugby, quello dei “grandi”, di quelli della televisione. Ciechi alla meta? Ancora una volta si dimostra che forse una “Accademia” in meno ed un campionato in più potrebbe far bene a tutto il nostro rugby. Ah la FIR !

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