Il panorama del rugby italiano è fermo, statico, assolutamente immobile. Il resto d’Europa si muove, fa sperimentazione, cerca di cambiare le proprie carte in tavola. Qui da noi è tutto fermo. Andiamo per brevità che altrimenti gli argomenti sarebbero talmente tanti da richiedere troppe righe da buttar giù (in tutti i sensi).

In questi giorni il Gallles ha scoperchiato il suo pentolone bollente dei club professionisti. La stampa celtica riporta di ribellioni e strali contro la WRU, la federazione gallese, che sta studiando una nuova divisione territoriale per i propri team prof. Gli Scarlets si fonderanno con gli Ospreys? Cardiff allargherà la propria cerchia? I deboli Dragons che futuro avranno mai? La WRU ha aperto un fascicolo ed annuncia decisioni imminenti che potrebbero entrare in scena già nel prossimo Pro14. Cosa riuscirà a fare? L’argomento di oggi non è questo ma solamente che lassù qualcuno stia tentando qualcosa, stia pensando e, di più, stia progettando.

Gli inglesi della Premiership si stanno organizzando per vendere quote ancor più importanti del proprio prestigioso campionato per club ad un Fondo di Investimenti.

I francesi sono in piena rivoluzione con la gestione Laporte che sta rimettendo al centro della propria visione il rugby locale, tutte le sue scelte stanno suscitando grande dibattito nel rugby francese ma una su tutte è stata davvero interessante. La richiesta della FFR, la federazione francese a tutto il mondo del rugby, di essere coinvolta in un progetto tecnico che, ai fini della diminuzione delle concussion e dei suoi tremendi effetti, ristrutturi alcune regole mondiali. Un modo proattivo di mettersi davanti al rugby di tutto il globo.

Potremmo andare avanti con il maggior club tedesco che si compra lo Stade Francaise o il progetto del rugby scozzese e poi via in Irlanda dove la programmazione del professionismo è arrivata a livelli molto alti procurandole una posizione nel Ranking mondiale importantissima.

Insomma il mondo si muove, l’Europa non sta a guardare, l’Italia invece si, immobile e destrutturata, silenziata e segretata fin dal Consiglio Federale, vittima di chiacchiericcio e di progetti costruiti più per Tizio o per Caio che non per tutto il rugby. Con tutto il bene che possiamo volere a Tizio e Caio.

L’Italia è ferma ma fa finta di muoversi ma fare finta è un’arte che prima  o poi presenta il conto. Anzi i primi scontrini sono già arrivati. L’Italia del rugby è ferma, ingessata nelle sua connivenze politico-personali, chiusa nella morsa di una gestione più passata che passatista, da sempre stanca, da sempre in transizione, governata da chi è lì da sempre.

Gli altri intorno a noi corrono, rischiano anche la loro dimensione, il mondo dello sport professionistico chiama il rugby a scelte pesanti e gli altri si muovono, si preparano, si fanno protagonisti, almeno di loro stessi.

L’Italia del rugby è un silenzioso e sorridente fermo immagine. Quanto ancora?

2 Comments to: L’IMMOBILISMO SORRIDENTE ITALIANO

  1. Francesco Ricci

    marzo 7th, 2019

    Forse aspettiamo tranquilli che gli altri facciano tutto il giro per poterceli ritrovare finalmente alle spalle….. 🙂

    • Paolo A.

      marzo 7th, 2019

      Bella.