Ovvia si comincia. Questo fine settimana l’Europa e le squadre italiane in particolare entrano nel vortice delle Coppe! Ma c’è una coppa che intorno c’ha un bel buco, quale è? Avete indovinato? Forse no.

Quindi avanti con le Coppe, quelle dei grandi, la Champions Cup, ritornata dopo qualche anno ad intitolarsi ad una birra, la Challenge Cup dove ci sono anche le nostre franchigie professionistiche, Benetton Treviso e Zebre.

Vanno però in Coppa anche le altre italiane, le 12 del Top (che non è un vestito succinto). Una si chiama Coppa Italia, proprio da quest’anno, nuova di pallino, prima era Trofeo Eccellenza e prima ancora era… Coppa Italia. La formula della nuova  Coppa Italia è il doppio girone territoriale, sull’obiettivo di questa Coppa non ci si sente abbastanza qualificati per parlarne.

E’ questa la coppa con il buco intorno? Ma anche no. In fondo è quello che ci rimane nella totale mancanza di fantasia e realismo dei tecnici in FIR. Può darsi però che, con le ben otto pertecipanti che si ritrova, questa Coppa Italia assuma così anche un minimo di valore.

Le prime quattro italiane dello scorso Campionato di Eccellenza  vanno invece in una Coppa EPCR: il Continental Shield. In realtà EPCR di questa cosa non ne vuole più sapere. Quest’anno poi a questa “coppa” non ci voleva venire nessuno,  così la giocheranno le quattro italiane con una georgiana e una selezione racimolata in Belgio. Una tristezza profonda. E’ questa la Coppa con il buco intorno? No, questa semmai intorno ha i becchini.

La vera coppa con il buco intorno è la Champions Cup. EPCR ha raggiunto quest’anno il suo scopo di fondazione, chiudere la massima competizione all’esterno e blindarla con il 5 Nazioni. Nell’incrocio dei vari accordi ha dovuto cedere spazio alle celtiche ma preservendo il taglio anglo-francese che si riproponeva. Così quest’anno la Champions Cup si presenta ai nastri di partenza con 5 gironi composti da 4 squadre ciascuno per un totale di 7 squadre inglesi, 6 francesi e 6 celtiche (quest’anno 3 irlandesi, 2 gallesi e 2 scozzesi).

Fatti fuori gli italiani ed inciso sulla pietra che EPCR non fa sviluppo ma fa solo soldi per i “grandi” team europei,  EPCR ha cominciato a lavorare sulla Challenge Cup cominciando pure la blindatura di questa coppa dove sono ancora presenti le italiane e due provenienti dal Continental Shield (1 rumena e 1 russa) ma come e chi si qualificherà per questa coppa il prossimo anno dipende da una schema furbacchione.

Se ci aggiungiamo che EPCR vuole chiudere Continental Shield cosa accadrà il prossimo anno? In veirtà è tutto scritto o quasi ma Il buco intorno che si è creata EPCR e che ha creato per la Champions Cup è lo specchio di un rugby che non è cresciuto negli utlimi quindici anni e che è rimasto ancorato al solito giro. Le organizzazioni europee di club si sono dimostrate insensibili allo sport in se ma vocate al solo business. Tutto normale e pure legittimo, ma di una organizzazione di club così noi cosa ce ne facciamo?

A questa domanda non è facile rispondere. Prima di tutto bisogna uscire dallo schema molto pericoloso che il rugby italiano finisce fra Treviso e le Zebre. Bisogna quindi pensare a questa chiusura di EPCR come ad una opportuntà. Inoltre far giocare le nostre italiane di Livello 2 (Top12) in “coppe” come l’attuale Continental Shield non ha alcun senso.

Se quelli si non fatti il buco intorno allora noi cosa possiamo fare se non riempirlo a dovuta distanza? Lo spazio è tanto e, se ben gestito, potremmo averne vantaggi insperati.

Ecco allora che si riapre, fra gli altri, anche il tema di una coppa europea per Selezioni (fra club), una cosa non gestita da EPCR ma da altra organizzazione europea che abbia la mission di avvicinare le migliori realtà locali e provi a dar loro uno spazio in cui crescere, trovare confronto tecnico e magari anche un ingaggio minimo economico.

Guardiamoci intorno, “loro” hanno un buco, noi no.