E’ Ivan Malfatto che dalle “colonne” di Mondo Ovale, il suo Blog sulle pagine on line de Il Gazzettino ci lascia alcuni numeri recenti sul nostro sport:”I giocatori di rugby nel mondo sono 9,2 milioni, i fans sono 338 milioni. La base di questi ultimi è cresciuta del 28% grazie soprattutto alla diffusione negli Stati Uniti e in altri Paesi di vasta popolazione e non di tradizione rugbistica (Brasile, India, Cina)”.

Insomma il rugby cresce in tutto il mondo, resta uno sport ancora non “di massa”, per quello c’è il calcio, ma la sua affermazione è indiscutibile.

Riferendosi proprio agli attuali numeri del nostro rugby nel mondo dice ancora Malfatto che questi sono una significativa base per “fare uscire il rugby dalla “nicchia” delle home unions ancora dominanti, o dello sport fatto più per chi l’ha praticato piuttosto che per chi lo guarda”.

Sono queste ultime due indicazioni del giornalista di Rovigo che vanno messe in bacheca.

La prima riguarda lo stra-potere delle Home Unions, le fondatrici e quelle che “pesano” davvero, attraverso le quali passa tutto, quelle che a volte hanno il dovere “storico” ed altre solo la voglia (altre ancora la “prepotenza”) di decidere da che parte si deve andare.

Un esempio? Si è recentemente riunita una commissione del mondo arbitrale di World Rugby che ha poi deciso, per i prossimi Test Match, il ridimensionamento dei poteri del TMO. Se andate a leggervi chi erano i componenti di quella commissione e da quali paesi venivano vi siete fatti un quadro preciso della situazione “home unions”.

Questo passaggio del testo di Malfatto riguarda però gli ambiti “alti”, quelli lontani da noi, tocca World Rugby ed i grandi sistemi.

Il secondo passaggio invece è tremendamente vicino a tutti noi, ti siede accanto in tribuna la domenica, ti zittisce in Club House, ti guarda con sufficienza quando passi davanti al campo. E’ uno dei mali del rugby italiano. Il rugby come lo sport fatto da chi l’ha praticato invece che da chi lo guarda è la nicchia che piace a troppi italiani del rugby, è il cuccio caldo della autoreferenzialità di molte Società. 

Il discorso sarebbe lungo e non ci tireremo indietro da affrontarlo in futuro per ora basti sottolineare che troppe innovazioni nel nostro rugby muoiono di fronte alla religiosità di alcuni che “hanno giocato”

Un esempio di questo è lampeggiato da queste parti qualche anno fa sentendo un gruppo “Old” dichiarare inutile l’ampliamento della tribuna del proprio campo “perchè il rugby lo deve vedere e di rugby ne deve parlare solo chi sa cosa è“. La traduzione del “sapere cosa è” risulta molto facile a tutti: conventio ad excludendum.

Malfatto ha toccato con maestria un tasto importante per lo sviluppo del rugby italiano perchè la chiave non è solo che ci sia più gente che giochi a rugby ma anche e soprattutto che ci sia più gente che lo va a vedere, che si cimenta fra le sue regole, che si appassiona al suo stile e che lo cerca sui media. Il reclutamento parte anche da lì.

Forse il rugby resterà sempre un gioco “non per tutti” però bisogna credere con forza che debba e possa essere davvero per tanti.

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