Guardiamo a questo Seven che ha avuto il suo “Mondiale” pochi giorni fa, guardiamo come questa disciplina stia prendendo spazio, anche al XV, geograficamente ma anche tecnicamente.

Intanto in cima alla classifica anche di questa disciplina ovale c’è ancora New Zealand, sia al femminile che al maschile, il mondo All Blacks stra-vince la Coppa del Mondo di Rugby Seven disputatasi la scorsa settimana a San Francisco (USA) è, ce ne fosse stato bisogno, mette il sigillo di “Imperatore del Rugby” al paese della felce bianca su sfondo nero.

I campioni olimpionici delle Fiji si confermano fra le prime quattro, a ri-prova che da quelle parti non sanno fare solo a sportellate nel gioco a XV. Dietro ai neozelandesi Inghilterra e Sudafrica.

I tuttineri vittoriosi e tanta vetrina di rugby mondiale in un bellissimo stadio da baseball riadattato al rugby per l’occasione. Spalti colmi, tanto pubblico e poi la solita festa del rugby Seven, colori ed eccessi poco “english”, qualcuno dice “poco rugby”.

L’Italia ovviamente non c’era ma non è argomento di giornata (fatevi una domanda e datevi una risposta). L’importante è vedere chi c’era, chi si è conquistato il passaggio in questa kermesse fondamentale, in questo 2018 pre-Mondale a XV davanti al gotha di World Rugby che ha tessuto idee e proposte per tutto il rugby per una settimana proprio da San Francisco.

C’era il rugby dei forti del Sud, i vincitori in nero e poi i sudafricani e gli australiani,  gli isolani del Pacifico in gran spolvero, Tonga, Samoa, Fiji al quale si è aggiunta l’emergente Papua Nuova Guinea (posizione 67 nel ranking del rugby a XV). Il rugby avanza.

Dal Sei Nazioni mancavamo solo noi ma c’era la Russia (posizione 19 del ranking del rugby a XV) a riprova che da quelle parti non progettano solo come entrare (e ci sono ben dentro) le coppe continentali europee ma sanno fare anche i conti con la maglia nazionale, magari partendo proprio dal Seven.

Se il Nord-America si è fermato fra USA e Canada, l’america centrale ha portato la Jamaica ed il Sud America ha affiancato alla partecipazione argentina non solo l’Uruguay ma anche il Cile (posizione 30 nel ranking del rugby a XV).

L’Asia ha portato ai mondiali Seven oltre al Giappone la facoltosa Hong Kong (posizione 21 nel ranking del rugby a XV). L’Africa ha presentato, oltre al Sudafrica,  ben tre paesi: il solito Kenya (28 nel XV), lo Zimbabwe (45 nel XV) e l’Uganda (37 nel XV).

Tre considerazioni tre, perchè certi paragoni riescono bene.

La prima, il Seven fa più “geografia” rispetto al XV, questi sono davvero “Mondiali”, ci sono tutti i continenti ben guarniti. Un paragone con il rugby Union viene subito bene con i suoi Mondiali ingessati nei suoi partecipanti per la maggioranza del tabellone tanto che sappiamo già oggi chi parteciperà non alla prossima coppa del mondo ma a anche a quella successiva ed a quella dopo. Quanto potrà andare avanti ancora così per uno sport, il rugby XV, che aspira a crescere in praticanti e (soprattutto) denaro?

La seconda è palese, il Seven è usato da World Rugby come piattaforma di lancio per l’ovale in genere in tutto il mondo. Dove non arriva il XV ecco pronto il facile e veloce Seven che magari, dice qualcuno, tanto rugby forse non è (e da queste parti si pende un pochino su quella sponda) ma tanto per iniziare va bene. Anzi benissimo che poi è lui o sport olimpico mica l’altro. Come suggerimento per le Federazioni che hanno bisogno di far crescere territori e nuovi adepti non è male, direttamente da World Rugby: puntare sul Seven.

La terza magari rientra nel tema dei “de gustibus”: il Seven è palesemente uno spettacolo ad orologeria. Non tiene facilmente e senza annoiare una stagione lunga e fatta di incessanti appuntamenti settimanali, sembra fatto apposta per la logica dei tornei locali, delle manifestazioni da una giornata, come quelle del nostro mini-rugby o dei tornei giovanili, per intenderci. Una cosa in cui, ad esempio, ma è solo un esempio, in Italia siamo davvero dei super-specialisti. Basta volerlo.