La prima donna ad arbitrare una partita del nostro massimo campionato maschile di rugby di Eccellenza è stata una donna irlandese, Joy Neville. In tanti hanno festeggiato. A qualcuno è venuto un dubbio.

L’associazione A.R.I.A. (Arbitri di Rugby Italiani Associati) ha recentemente pubblicato nel suo spazio web una intervista a Giampaolo Celon, che è stato Presidente Cnar (Commissione Nazionale Arbitri rugby) dal 2001 al 2013.

ARIA, va detto, è il nuovo sodalizio dei nostri fischietti, gruppo che Mauro Dordolo, a detta di molti lui è l’attuale Presidente del Cnar, tratta con la sua logica nonvedononsentononparlo. Come se il sole si sciogliesse la sera quando fa buio. Ah, poveri noi.

Dicevamo dell’intervista a Celon della quale viene da sottolineare un passaggio, una cosa che non deve passare sotto traccia: quella sul contingentamento dei “tutor”.

Spiega Celon:” Quando un giovane inizia ad arbitrare si avvia su un percorso di per sé difficile e pieno di difficoltà. La struttura lo dovrebbe guidare, formare, migliorare e giudicare. La sua formazione di base dipende molto dal Tutor assegnatogli e gli elementi utili per la sua più o meno felice carriera, ovviamente in relazione alle capacità individuali, vengono poi forniti dai Commissari valutatori..:”. Capito come funziona? E se il nostro attuale Cnar avesse ridotto il numero di “tutor”, contingentato le risorse a questi destinato, diminuito in forma consistente il numero di ore di intervento di queste figure? E’ accaduto.

Il tutor è un elemento fondamentale per la crescita di un arbitro, è molto di più del suo “allenatore”, perchè gli arbitri non hanno “una squadra”, almeno non come generalmente intesa, quando vanno in campo e non hanno un allenamento collettivo giornaliero nel quale imparare dagli errori degli altri. Le cose migliori l’arbitro le impara dai suoi errori, quindi dalla valutazione del commissario a fine partita (ma è già tardi, gli errori sono stati fatti) e soprattutto dal tutor. Quest’ultimo si muove non solo dentro il profilo tecnico del nuovo “fischietto” ma anche nel suo aspetto caratteriale, cerca così di anticipare le sue evoluzione.

Un tutor rielabora nella personalità dell’arbitro interi pezzi del regolamento, costruisce motivazione su aspetti che l’indole di quell’arbitro a lui affidato tende a sminuire o ad omettere dalla propria visione di gioco. Questi ultimi aspetti si presentano anche e soprattutto quando un arbitro è stato o è un giocatore di rugby, in quel caso il ruolo da lui assunto in campo diventa uno “scoglio” importante che il tutor deve affrontare prima che ci pensi il commissario.

Il nostro Cnar ha “contingentato” queste figure, sceglie anticipatamente a chi tocca ed a chi non tocca avere quel supporto, affida poco spazio a questo tipo fondamentale di formazione.

Celon si fa poi una domanda che ci facciamo spesso tutti:”Mi domando spesso dove vengono collocati, oggi, tutti quegli arbitri che appendono il fischietto al classico chiodo e che si ritrovano ancora con tanta passione e voglia di fare. Questi finiscono in una specie di limbo funzionale non coinvolgente che, in tempi più o meno lunghi, li porta alla disaffezione ed all’uscita definitiva dal movimento“. Perchè le risorse d’esperienza ci sono ma la fine che fanno è proprio questa.

Ci sono molti modi di rappresentare la situazione difficile in cui si trova il nostro mondo arbitrale oggi, alcuni sono decisamente altisonanti e sono di tipo politico o economico, altri sono più “sportivi” e si vedono in campo, quello però che meglio rappresenta questa immane fatica che pesa oggi sui nostri fischietti è proprio questo aspetto di chiusura verso la loro “formazione”, questa presunzione selettiva, sembra quasi che un fischietto ed un regolamento debbano bastare.

Agli arbitri che vanno in campo mancano i tutor, che ci sono, sono a casa, hanno appeso il fischietto al chiodo e magari, a chiederglielo, parteciperebbero, poi mancano commissari che li aiutino a crescere e poi manca… finirà questa lista?

Ci sono poi altri tipi di arbitri, tipo quelli che stanno in cima al Cnar, ai quali pare mancare solo la voce e senza quella non basta nemmeno avere le orecchie. Forza rugby.