Una vista della città di Kobe (Giappone)

La preparazione per i Test Match di giugno che si svolgeranno in Giappone inizia il 21 maggio, nessuna novità nella lista dei convocati che sono un po’ sempre i soliti tranne quelli che, si sa, in questa stagione stanno giustamente in vacanza, Parisse in testa.

L’unico convocato al raduno che non ha mai visto azzurro è Cherif Traore, pilone francese classe ’94, in forza alla Benetton.(il resto ve lo dite da soli).

In verità una novità c’è ed è nello staff di Conor O’Shea il quale si porterà in Giappone un super personaggio del rugby mondiale, Wayne Smith, ex CT ed assistente allenatore degli All Blacks campioni del mondo in carica ed anche molte altre cose, un monumento del rugby.

Però non illudetevi, Smith starà con gli Azzurri gusto due settimane, non finirà nemmeno il tour giapponese con gli italiani e, nel viaggio, si fermerà nel suo nuovo club, i Kobe Kobelco Steelers, lo stesso team dove presto arriverà anche Dan Carter ed altre stelle neozelandesi, un club della massima serie giapponese. Appunto.

Noi italiani abbiamo già avuto come consulente volante Brendan Venter, il super coach sudafricano, specialista della difesa, che ha fatto da assistente a O’Shea dal 2016 per un certo periodo, decisamente imprecisato, perchè Brendan contemporaneamente faceva lo stesso servizio anche al Sudafrica e quando è stato il momento di scegliere…. se ne è andato ad allenare i suoi conterranei in attesa della partita con l’Italia !!

Adesso i nostri ragazzi si fanno un paio di settimane con Wayne Smith, una cosa molto bella ed importante, un sano e meritato regalo, una opportunità concreta.

Certo che se parlate ad un Head Coach di una Nazionale di prima fascia cosa ne pensa di queste consulenze volanti e volatili vi dirà che sono improponibili, che è come andare al Luna Park e non salire sulle giostre. Il punto oggi però non è questo, abbiamo per quindici giorni Smith a parlare con il nostro mondo azzurro di vertice, chiudiamola con un sano “evviva” che è una cosa che male non può fare di sicuro. Tutt’altro.

Si verifica però quello che dicevano gli amici irlandesi ed inglesi di Conor O’Shea a Conor (è cosa pubblica, apparsa sui media più volte, anche recentemente) quando lo sconsigliavano di accettare l’incarico della nostra Nazionale:” Non ci andare che tu non sei un Head Coach, sei un Director of Rugby“.

In effetti quello è il vero ruolo che ha dato lustro a Conor O’Shea, quello era il suo ruolo negli Harlequins, dove è rimasto dal 2010 al 2016, esperienze da Coach di altissimo livello Conor non ne ha avute (London Irish dal 2001 fino al 2005 e incarico di manager in RFU fino al 2010 questo il suo curriculum).

Visto all’opera in questi anni pare chiaro che l’impostazione di O’Shea sia quella che raccontano  i suoi amici, quella di un Director of Rugby, cosa ben diversa da un Coach, differenza molto difficile da spiegare a noi italiani ma tangibile.

Ecco allora che questo girovagare di consulenti non “fissi” è forse anche parte delle lacune tecniche di O’Shea, il quale non ha fatto mistero che lo Smith in campo azzurro serve anche alla formazione dei formatori (cioè anche a lui).

Chiudiamo anche questa parentesi con un altro “evviva” perchè questo è quanto e ce lo  dobbiamo tenere.

Intanto a tutti noi il dubbio però rimane: Conor O’Shea era stato in effetti presentato al suo arrivo proprio come un Director of Rugby ma non lo sta facendo, anzi, un po’ si ed un po’ no, insomma cosa è O’Shea per il nostro rugby? Un Director of Rugby che fa da Head Coach? Sarebbe cosa degna della confusione italiana. I risultati infatti poi si vedono.