Magari poi si capita ad una serata speciale, una di quelle che riportano indietro nel tempo, il microfono in mano ce l’ha un grande campione del passato, uno che però è ancora in campo, fa formazione tecnica, consulenze ovali di alto livello, vive a piene mani il rugby di oggi senza nostalgia di ieri ma con sana passione e grande lucidità.

Il rugby è cambiato troppo, una volta lo spettatore andava alla partita per vederla, per intrattenimento, adesso ci va per vincere“. Una frase forte che spariglia in pochi secondi molti dei ragionamenti che, anche da queste parti, si sono fatti, disfatti e, a volte, pure strattonati qua e la. Proviamo allora a rifletterci su, giusto un attimo, che a far di più si esagera e ci sarebbe troppo.

Innanzi tutto si parla dello spettatore, nessuno ha dubbi, neanche l’australiano che ci ha detto quelle parole, che l’atleta vada in campo solo per vincere, è però il motivo per cui va a vedere la partita un appassionato di questo sport che cambia lo sport stesso. Quindi, seguendo il ragionamento, se una partita di rugby è sempre tale allora la sua bellezza è indipendente dal colore della casacca, l’ambizione che vinca l’uno o l’altro esiste, è tangibile nello spettatore, ma non è più forte del vedere il gioco in se, gustare il gesto atletico, l’invenzione tecnica, la complessità delle linee di gioco.

In questa ottica è il gioco stesso la vera risorsa di questo sport non la vittoria di un team o l’altro. Non è quindi il “team stellare” l’obiettivo ma la costruzione di match di alto livello.

Se quanto sopra è vero, ogni giocatore gioca per il miglioramento continuo suo e del team, ogni passo avanti è una vittoria, ogni giocatore sa che una manovra ben impostata o un buon movimento è comunque molto apprezzato anche se alla fine non viene il risultato finale della partita. Si gioca prima di tutto per onorare il rugby e poi, ovviamente, si tenta fino all’ultimo la vittoria contro l’avversario.

Se quanto sopra fosse vero ogni spettatore di rugby è un fan prima di tutto di William Webb Ellis, ovvero del gioco del rugby in se e poi del suo team di cui porta orgoglioso i colori prima di tutto perchè gioca a rugby e non perchè vince a rugby.

In questa dimensione uno spettatore ha un panel vasto di possibili vittorie, perchè vincere rimane la logica dello sport, che vanno dal campionato nazionale a quello rionale, dal singolo match dell’anno, al derby di atavica memoria, dalla miglior performance della difesa o dell’attacco, dalla crescita del settore giovanile alla specializzazione in qualche disciplina interna al rugby. Mille motivi e mille obiettivi per la vittoria in onore del rugby.

Mettere al centro il gioco e non la vittoria del match significa rispetto per l’avversario, perchè ha giocato con te allo sport più bello del mondo, senza di lui non c’era rugby, rispetto per l’arbitro, senza di lui non c’era rugby, per il tuo dirigente e per quello avversario, per tutti gli amici che ti prendono in giro se perdi, senza di tutti loro non c’è rugby.

Ma il nostro campione che ci ha regalato quella frase sottintende che purtroppo oggi è sempre meno così. Assistiamo a turbe di spettatori che si avvicinano alla partita per la vittoria del proprio team, i propri colori vengono prima di tutto, dare una lezione all’avversario è l’obiettivo di giornata, conta solo vincere. Ecco che poi accade che a questo poi seguano e rovinino dietro a valanghe di milioni di euro di certi campionati, i contratti ricchissimi di certi giocatori, i primi parapiglia fra tifosi, i fischi durante il calcio piazzato. Ma anche il gioco poi peggiora, più grosso sei più vinci, l’adrenalina dello spettatore che vuole vincere è, ad esempio, solo il giocatore che va a sbattere contro l’avversario per superarlo in potenza, travolgerlo, gesto facile da capire, tecnicamente al limite della stupidera, altro che cambi di direzione e “passo dell’oca”.

Insomma il rugby da qualche parte sta cambiando e dietro quella semplice frase che mette di fronte l’intrattenimento e la vittoria c’è molto del viaggio insano che il nostro sport sta forse facendo, da qualche parte, al di fuori di se.

Però c’è un rugby che forse è ancora così come piace a quell’australiano: è il rugby che avvicina i nostri ragazzi, che li alimenta, a volte li cambia dentro, li risarcisce con i suoi meccanismi così metaforicamente vicini alla vita reale. A questo rugby, stiamoci attenti.