Arbitro: direttore di gara.

Oggi partiamo da questo breve testo “L’arbitrare è un’arte e non una scienza, tanto meno il lavoro di un legale. Il compito dell’arbitro è quello di dirigere il gioco e non quello di andare alla ricerca delle infrazioni per infliggere le punizioni regolamentari come un addetto all’ordine. Lo scopo principale del gioco del Rugby è il divertimento dei giocatori, possibilmente quello degli spettatori ed infine, così infine dovrebbe essere, anche quello dello stesso arbitro

Questo piccolo stralcio di testo è estratto da quel libricino edito dalla FIR – Commissione Tecnica Federale nel 1976, un pezzo di storia del nostro sport ma soprattutto un piccolo tomo che ogni tanto da queste parti ci si diverte a sfogliare per trovare qualche risposta vera, come lo sono quasi tutte quelle che, venendo da lontano, ne hanno fatta di strada.

Insomma arbitrare è un’arte per tanti motivi ma prima di tutto perchè non è una scienza esatta. Ecco, ci si potrebbe anche fermare qui e tutto ha già un senso, tanta perfezione richiesta oggi invece non ce l’ha. Non ce l’avrebbe ad esempio, qui “apriti cielo”, il TMO che tanto insistentemente si cerca sui campi delle partite “che contano” e ha molto senso invece la comunicazione con tanto di scuse che la Federazione del Galles ha ricevuto da World Rugby per la meta erroneamente non assegnata nell’ultimo match del Sei Nazioni.

Arbitrare non solo non è una scienza esatta ma non è nemmeno un gesto punitivo come quello che pretendiamo dagli spalti spesso tutti noi, l’arbitro non è un giustiziere ma, una definizione più “antica” qui calza a pennello, è solo il “direttore di gara”, poca cosa rispetto a quel che a volte pretende lo spettatore che sia in fase adrenalinica o no.

A volte però certi arbitri si fanno prendere la mano, diventano quello che il pubblico vuole, perdono lo “standing” anche solo un’attimo ma basta quello ed allora accade di tutto. Leggo infatti in questi giorni la dichiarazione stampa del Presidente di una Società di Eccellenza che di fronte ad un prossimo match clou, ricordando quanto accaduto all’andata, risponde in maniera distensiva alla domanda di un giornalista che gli chiede se è “preoccupato per l’arbitraggio“. Ora la domanda ce la giriamo fra di noi: si può essere preoccupati per l’arbitraggio di una partita? Perchè? 

Domanda difficile lunga ed intrigante ma un pezzo di risposta a questa questione la si trova su due punti espressi nel datato trafiletto qui sopra riportato

Punto numero uno, il rugby è un divertimento. Perchè è questo lo scopo del gioco e, attenti, a pensarci bene, lo è anche per il professionismo, anzi, lo è di più. Fraintendere questo concetto, attività decisamente “pallatondara” il cui morbo sembra ogni tanto corroderci, significa uscire dalla logica del gioco stesso, disattendere ad esempio il concetto che una regola del gioco è un “atteggiamento a cui attenersi” per poter appunto “giocare” significa entrare invece nel campo delle “punizioni” da infliggere. Ecco che l’arbitro, in quella assurda veste, diventa una sorta di giudice supremo, ultimo, inappellabile, ineludibile. Ovvero il contrario di un arbitro.

Tutto questo vale evidentemente per tutti, giocatori, pubblico ed anche arbitri.

Invece, punto due, quel trafiletto sopra non si accontenta di legare le parole “direttore di gara-divertimento-gioco” ma definisce bene per chi è un divertimento: di sicuro per i giocatori, possibilmente per il pubblico, si auspica lo sia per l’arbitro. Tre risultati del divertimento che coincidono con il ruolo delle tre componenti: i protagonisti assoluti sono i giocatori e non i tifosi (ma neanche l’arbitro), il pubblico è semplicemente “spettatore” (come è semplice, bella e chiara la nostra lingua italiana) e l’arbitro? E’ solo il direttore di gara.

Buon rugby a tutti.