Da queste parti ci si sta occupando di “concussion”, del fenomeno delle commozioni cerebrali nel nostro sport, un tema durissimo dove la salute del giocatore di rugby va a pari passo con la sua ragionevolezza ma soprattutto con la serietà di dirigenti e medici che giocano con lui la grande partita del nostro sport.

E’ parlando di quell’argomento con dirigenti e soprattutto medici sportivi dediti al rugby che più volte ci è rimbalzato il tema del doping, le affermazioni che gli interlocutori davano erano davvero durissime, alcuni lo hanno detto chiaramente: la cultura del doping avanza e noi facciamo di tutto per incoraggiarla.

Leggere su OnRugby in questi giorni la notizia dei quattro giocatori neozelandesi di rugby sospesi dalla  “Drug Free Sport New Zealand“, la commissione locale anti-doping, è uno squarcio nella giornata del nostro rugby, una ferita profonda nell’animo stesso del nostro sacro ovale. Perchè si sa, non è solo “marketing”, mettere tutte in fila le parole rugby-nuova zelanda-doping fa un effetto devastante.

I casi di doping nel rugby ci sono, certo i paesi più colpiti nell’Alto Livello sono quelli dove la competizione è più spinta ma la verità è che il doping affonda bene le sue radici prima di tutto dove il dilettantismo è protagonista, dove dovrebbe esserci la essenza stessa dello sport, dove lo sport diventa solamente salute e divertimento, dove scompaiono i fasti del palcoscenico, dove ci sono coloro che dovrebbero essere l’esempio più forte, dove c’è la base dello sport,  è lì che il doping mette radici. Anche nel rugby è così.

Nella relazione annuale della Commissione per la vigilanza e il controllo sul doping nelle attività sportive del nostro Ministero della Salute si fa presente che nello sport italiano il 45,5% degli atleti positivi ha un’età superiore ai 39 anni, il 40,8% età compresa tra i 24 ed i 38 anni, mentre solo il 13,6% sono atleti fino a 24 anni di età. Più si è “saggi” più si è “malati”?

Quello che però da queste parti ha veramente colpito è la veemenza che alcuni addetti ai lavori del rugby  hanno usato per segnalarci il doping nel nostro sport come un male presente e di quanto bisogno ci sia anche nella palla ovale di promuovere una cultura più diffusa di anti-doping.

Insomma in questa giornata in cui tutti stanno leggendo avidamente le convocazioni di O’Shea per il prossimo Sei Nazioni viene in mente che la vera profondità per far crescere il nostro sport non può essere solo nella “rosa” di giocatori, il fitness, la buona organizzazione dell’evento, la dimensione tecnica e via così. Va affiancato a tutto questo molto altro, va fatta crescere la pianta della salute e del benessere che deve saper dare lo sport, diceva Pierre De Coubertin che “per ogni persona lo sport è una possible fonte di miglioramento interiore“.

Ci si augura il rugby italiano diventi grande o comunque cresca abbastanza per pensare un giorno di poterlo essere, ma potrà davvero crescere e diventare grande solo se metterà nel suo paniere atti concreti di vera cultura e valori sportivi a 360°.

Il rugby contro il doping è una battaglia appena iniziata ed è una battaglia di tutti noi. Forza Rugby!

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