Lo scorso anno (a proposito, auguri a tutti) da queste parti si è voluto sempre più spesso rimarcare l’esistenza di due Rugby Union, ovvero la palese presenza sui campi da rugby di modi diversi di giocare il nostro sport ovale, il regolamento è lo stesso ma i rugby sono due.

Ci sono due rugby e le differenze non sono solo “tecniche” ma più in generale proprio di diverse possibilità di risposta che i “due rugby” hanno rispetto alle nuove regole introdotte da World Rugby.

Si potrebbe dire che questo “nuovo” rugby scritto nei cambiamenti in mischia, nel breakdown, nelle modifiche dal placcaggio al tallonaggio, dalla ruck alle mani in mischia e via così fino alla gestualità arbitrale, ha diviso non solo il movimento ovale ma anche il tipo di gioco in due categorie di rugby, molto diverse, riconducibili alla vecchia querelle del professionismo e del dilettantismo.

La vecchia diatriba che tanto ha animato il nostro mondo ovale prima di quel 1995, l’anno in cui  fu ammesso il “professionismo” nel nostro sport, si rivive oggi in questo nostro mondo spaccato in due direttamente dalle regole del rugby stesso.

Perchè le “nuove regole”, quelle introdotte in questi ultimi anni, sono davvero molto profonde, la loro “consistenza” rende possibile applicarle veramente solo se allenate in certe condizioni: da gente che vive di rugby, con gente che vive di rugby, con tempistiche che non prevedano per atleti e formatori altro che il tempo dedicato al rugby. Altro modo non c’è.

Insomma il rugby che è stato scritto in questi ultimi anni vale per tutti ma è solo per i professionisti, una fetta decisamente ristretta del nostro mondo ovale, quella però che fa soldi.

Accanto a quel rugby “prof” ci sono “gli altri”, nell’emisfero nord come in quello sud, in campionati nazionali di vertice come nel rugby dei giovani, è  il rugby dei “dilettanti” o, molto spesso, dei semi-dilettanti, da queste parti si preferisce chiamarli “no-prof”. Fra questi ultimi ci sono intere nazioni che ambiscono a passare “prof” perchè sarebbe lì il rugby che conta, il marketing del resto dice così, martellante, tutti i giorni.

I “no-prof” giocano così, di fatto, con le stesse regole un rugby diverso; loro del resto non possono permettersi più di una sessione di allenamento al giorno, molti nemmeno tutti i giorni, quindi allenano impatto ed il punto d’incontro, intensità e velocità, schemi, skill e tutto il resto, con il tempo che hanno e, soprattutto, con i mezzi che hanno. Spesso, in campo e fuori, fanno anche cose “di una volta”. E’ un altro rugby Union.

I rugby sono due anche in Italia, e viene da dire che da noi quello “no-prof” sta anche bene, magari non ha un soldo in tasca e vive di debiti ma c’è e va avanti, regala soddisfazioni a suoi attori e combatte ogni giorno la sua battaglia (durissima). Invece da noi è il rugby “prof” ad essere in difficoltà enorme, in crisi perenne, in affanno totale, è pieno di soldi ma non becca un risultato.

Insomma ci sono due rugby Union, ormai è così, ma gli auguri di un ottimo 2018 sono unici per tutti e due con il sereno auspicio che chi conta nel nostro sport sappia valorizzare le differenze fra i due rugby invece che pensare di poterli unificare,uccidendone di fatto uno dei due.

Le differenze sono un patrimonio e se ben raccontate hanno un loro fascino, auguri quindi al rugby “no-prof” sperando in Italia si sappia organizzare, soprattutto sappia raccontarsi e chissà, se serve, impari a prescindere dall’altro rugby per valorizzare se stesso.

Auguri a tutti i due rugby Union, da queste parti ce li guardiamo entrambi, perchè non è assolutamente vero che uno dei due è più divertente e non è assolutamente vero che uno dei due è più rugby dell’altro.

Auguri rugby.