Sono troppo forti e quelli dietro, la seconda divisione inglese si chiama “Greene King IPA Championship“, sono un livello più basso, non devono salire in Premiership. Principalmente per questo motivo in Inghilterra si auspica vengano abolite le retrocessioni dalla massima divisione inglese, la attuale “Aviva Premiership Rugby“.

I club sono 12, ben distribuiti sul territorio del rugby inglese, i budget sono diversi fra loro, in Inghilterra però per tutti c’è un identico “salary cap”. I 12 club della Premiership danno vita ad un campionato denso, Eddie Jones, gran capo della Nazionale della Rosa, guarda con apprensione ogni mossa di questa massima serie perchè è nella sua crescita che lui si gioca le carte per il Mondiale del 2019 sul quale l’Inghilterra ripone importanti ambizioni.

In tutto questo clima super competitivo, con tutti questi ingranaggi che si muovono a gran velocità, la promozione dalla Championship sembra ad alcuni, la cosa è all’ordine del giorno proprio di questi tempi nella federazione inglese, la RFU, un bastone fra le ruote.

In un articolo sul “The Times” di questi giorni Owen Slot provvede ad elencarne le motivazioni. Le pretendenti in Championship alla serie superiore non sono mai più di una al massimo due, quindi non c’è storia, non c’è competizione reale. Spesso la pretendente numero uno è quella appena retrocessa che dispone di organizzazione e budget decisamente superiore alle altre. Nella attuale Championship infatti Bristol ha una disponibilità per il salary cap di circa 5 milioni di sterline mentre le altre squadre superano a malapena il milione. Praticamente impossibile per queste ultime arrivare agli 8 milioni concessi in Premiership una volta vi fossero promosse. Insomma la Premiership non è per tutti.

Per questo in Championship non si giocherebbe per la promozione ma semmai per non retrocedere in categoria inferiore, solo quest’ultima eventualità viene davvero gestita dai team che si attrezzano per evitare cotanta sventura e raggiunto l’obiettivo si assestano in maniera più conforme al loro vero status. Niente a che fare con la Premiership insomma, la seconda divisione è un mondo la cui contaminazione non è utile.

Il rugby sta pensando ad un altro fortino, tutto d’oro e ben protetto? Pare di si, questa volta un fortino per club, la discriminante è sempre e solo il denaro che, lo stesso Slot non racconta altro, è la componente praticamente unica capace di alzare il livello tecnico, capace di scovare o crescere talenti, capace di mantenere tecnici e scuole di rugby. Tutta roba indubbiamente che costa, il professionismo si paga anche se il nostro sport è diventato grande quando tutta questa pecunia non girava.

Campionati dove si gioca in maniera troppo diversa, Nazionali che si compongono e si allenano in modo troppo diverso, disponibilità di tecnici e di capacità gestionali smisuratamente diverse fra territori, tutto questo crea due rugby diversi. Insomma pare proprio  il rugby-union si stia spaccando in due a livello tecnico, perchè i soldi, invece di aiutare la crescita, stanno creando due (forse di più) sistemi di gioco. Sta accadendo a livello di Nazionali, abbiamo recentemente parlato di Samoa ma i casi sono molti, a livello di club sta dilagando.

La capacità economica è concentrata solo in alcune fasce, la World Rugby non riesce più a fare distribuzione per garantire opportunità, le Federazioni tanto meno perchè nel farlo si precluderebbero una “crescita di risultati”, ovvero di vittorie, che paiono essere diventati il vero unico stimolo che le anima, sostanzialmente perchè portano … altri soldi.

Niente di male per carità ma accade così che il nostro rugby si sta spaccando orizzontalmente in due tronconi, generando due modi di giocare a rugby completamente diversi, perchè naturalmente diversa fra l’uno e l’altro è la applicazione delle regole, il sistema di gioco, la programmazione e la stessa stagionalità.

Insomma sembra quasi si stia avanzando verso uno uno scisma inconsapevole (ma forse no) che potrebbe generare in futuro, perchè no, anche due World Rugby con obiettivi e tipo di gioco diversi. La vecchia disputa degli anni Ottanta e Novanta sul professionismo si o prefessionismo no è ancora tutta in piedi. Sarà questa la sua soluzione?

La possibilità che anche la Premiership, nella Inghilterra terra-madre del nostro sport, faccia questo taglio netto con il resto del rugby è un segnale della nascita di due rugby-union molto diversi fra loro? Dovremmo un giorno chiederci quale sia quello vero?

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