Capita che Martin Anayi, gran capo del Pro14, il torneo di rugby dove militano anche le nostre Benetton Treviso e Zebre Rugby, il torneo che, dopo l’inserimento realizzato quest’anno delle due squadre sudafricane, è diventato meno europeo e molto internazionale, insomma questo Anayi pare abbia mire espansionistiche di gran lunga superiori alle aspettative. Il CEO del Pro14 ha detto al “Times“:” Dagli Stati Uniti è arrivata ben più di una manifestazione di interesse. Abbiamo una possibilità di business molto concreta. È questione di quando, non di seStiamo già pensando a cosa verrà dopo ancora. Non ci fermeremo al Sudafrica  a ci espanderemo ancora”. 

La dichiarazione di Anayi non fa una piega, sembra stonare ma invece non fa una piega: lui di business sta parlando mica di sport. Letta così il Sudafrica diventa una tappa e la East Coast americana una nuova conquista, la sua vision è “l’espansione” territoriale, mica tecnica. Il miraggio che accompagna il vaticinare di Anayi sono i soldi. Tanti soldi che sono lì accucciati negli States (ma anche in Germania), moneta sonante che attende che la consumistica voluttà degli americani scopra un nuovo giochino, il rugby, nel quale riversare per qualche anno un fiume di milioni di dollari.

Lasciando andare la concorrenza americana chiamata MLR restiamo sul punto più drammatico che alcuni contestano al capo del Pro14: crescita economica significa anche crescita tecnica? Il parallelismo soldi-tecnica un fondo di verità ce l’ha eccome, basti pensare al nostro povero rugby nostrano di oggi, ma raggiunto un suo limite andare oltre è solo “mercato”, schei, danè, muneta, svanzichi.Ecco allora che il parallelismo di cui sopra diventa una scusa per arricchire qualcuno. Tutto lecito per carità, ci interessa anche sapere chi è il qualcuno. 

Espansione economica dunque, questa è la strada che sta seguendo il Pro14 solo che, incapace di farlo fra le sue mura celtiche e fallito l’esperimento con l’ingresso italiano, adesso non si muove più per confini geografici, ad esempio l’Europa, che almeno un senso ce lo potrebbe avere, ma per gruzzoletti di capitali.

Seguendo le sue stesse dichiarazioni stampa sembra che dove ci sono i soldi Anayi spunterà con la sua proposta di Pro16 e poi, chissà, Pro18 e magari Pro20 e poi per le squadre tanti gironi da comporre, tanti aerei da prendere, tante federazioni ovali da coinvolgere, e per Anayi tanti soldi da portare in cassa. L’attuale Pro14 potrebbe diventare un circo itinerante del rugby destinato a portare in giro stelle e stelline ovali ma anche i miti antichi delle Highlands, il prosecco di Valdobbiadene, le Cliffs of Moher, il Castello di Caermarfon. Il progetto, messo così, è pure affascinante.

Tre domande però noi italiani ora dovremmo farcele.

Siamo interessati ad un circo del genere per qualche motivo oltre alla sua redditività economica? Perchè dentro uno scherzetto del genere noi dovremmo smettere di pagare e cominciare solo a riscuotere.

Un Pro14 (16-18-20) contribuisce alla crescita numerica e tecnica del rugby direttamente in Italia? Perchè messo così, oscillante fra USA e, ad esempio, la Germania, sembra più adatto a coltivare facoltosi concorrenti che non i nostri italici destini.

Dovessimo rispondere si all’appello di un Torneo di questo tipo dobbiamo per forza metterci due squadre? Perchè i nostri soldini federali oggi come oggi avrebbero tante destinazioni molto interessanti e magari a “loro” ne basterebbe una.

Insomma in un Pro14 (16-18-20) che aspira a diventare un mucchio di cose importanti, o forse solo un mucchio, l’accostamento con il film di Sam Peckinpah, “Il mucchio selvaggio” (1969) è meno distante dalla realtà di quanto sembri anche se intristisce ricordare che la miglior scena di quel lungometraggio è il massacro finale di cose e persone. Ma quello era il West. (O no?)

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