Augustin PIchot

Augustin Pichot

Pichot vuole il Sette Nazioni, vuole la sua amica Georgia dentro il più bel torneo del mondo e non c’è niente da fare, da quella testa non glielo toglie nessuno. Questa volta il richiamo della terra, della tradizione e dell’identità culturale-sportiva di ogni regione rugbistica non ha funzionato nella mente dell’abile ed intelligente Vice-Presidente di World Rugby, l’argentino Augustin Pichot appunto, questa volta ha prevalso la politica.

Il Pichot, sempre osannato da queste parti, aveva usato proprio quegli argomenti, terra, tradizione ed identità, per convincere il consesso mondiale del rugby a rendere più restrittive le regole sulla eleggibilità dei giocatori nei team nazionali. ne aveva fatto una sua battaglia e qualche mese fa ha vinto. E tutti ne siamo felici.

In questi giorni la stampa riporta un intervento del Vice-Presidente Pichot che tocca anche il torneo europeo:” Se pensiamo solo ai soldi allora possiamo giocare un Mondiale all’anno con solo dieci nazioni. […] Per cosa siamo qui? Non sono ingenuo. Credo che dobbiamo assicurarci che il business cresca, ma non dobbiamo dimenticare cosa è il rugby. Vorrei vedere il Sei Nazioni aprirsi alla Georgia, sfiderei la Sanzaar ad aprirsi al Giappone e la Americas Championship a nazioni come il Messico.”

La battuta viene facile: sembra che un solo mondiale ogni quattro anni a Pichot non basti, ne vuole almeno tre all’anno.

Non si può dire che il ragionamento dell’argentino sia avulso da una sana verità ma certo è premonitore di una gran confusione mondiale. La sua preferenza politica è chiara, il suo ragionamento paga in buona parte questa logica e, da buon argentino, Pichot è assolutamente incapace di nasconderla, viene allo scoperto con la compostezza e la leggiadria di un pachiderma che migra nella selva del Tarangire.

Se ne parlerà a lungo di quanto chiesto da Pichot, oggi qui ci si limita a due brevi considerazioni, ci si fa venire due dubbi insomma.

Il primo riguarda la logica di business. E’ proprio quella che anima la dichiarazione del Vice-Presidente di World Rugby, la stessa che lui dice non considerare è invece l’unica spinta animatrice. Con questa dichiarazione dell’argentino emergere con grande evidenza una incapacità di fondo di World Rugby, una inettitudine palese: quella di non riuscire a spostare gli investimenti economici del rugby nel mondo costringendo così il mondo a muoversi sui mercati esistenti. Una Georgia che si muove nel Sei Nazioni è proprio questo e cento volte di più lo è il Giappone in Rugby Championship, con cento volte più risultato economico in quest’ultimo caso.

World Rugby non riesce a creare un mercato ed una attitudine al rugby in Asia ed allora chiede di spostare il Giappone fra Argentina e Sudafrica, non è capace di muovere fondi esterni per creare posizioni forti fra mondo caucasico e balcanico ed allora chiede la Georgia nel mondo europeo.

Ma allora, per dirla alla Pichot: ci dimentichiamo cosa è il rugby?

La seconda considerazione riguarda la “giurisdizione tecnica” di World Rugby. Il Sei Nazioni è un campionato privato, nasce e cresce sulla spinta della evoluzione del rugby nel mondo anglosassone, spinta alla quale fino ad oggi solo la Francia è riuscita ad adattarsi. Noi stessi italiani facciamo una difficoltà immensa a perseguire quei livelli e veniamo accusati ogni anno di snaturare il torneo. La Georgia non farebbe meglio di noi, eventualmente battesse l’Italia sarebbe una gran magra consolazione per lei, per il Torneo ed anche per Pichot.

La Georgia in un Sette Nazioni abbatterebbe il livello di gioco e di interesse del Torneo stesso che dovrebbe cedere punti in termini di spettacolarità e di appeal. Trasformare il Torneo europeo delle Nazioni in una palestra per giovani emergenti pare solo un grande errore e non aggiungiamo altro sul “caso Italia” che oggi non è argomento.

Insomma il livello tecnico generale in una competizione conta eccome, è la sua stessa essenza. Il Sei Nazioni è il più bel Torneo del mondo, è una vetrina mondiale del nostro sport, una dimostrazione della evoluzione tecnica del suo più alto livello: questo è il Sei Nazioni, non è solo business, caro Pichot.

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2 Comments to: PICHOT VUOLE IL “SETTE NAZIONI” ED EMERGE L’INCAPACITA’ DI WORLD RUGBY

  1. #12

    luglio 20th, 2017

    La domanda che mi pongo continuamente quando sento parlare della questione “Georgia” è quella circa quanti di quelli che ne parlano hanno effettivamente visto più di una partita della Georgia.
    Io credo molto pochi altrimenti le considerazioni sarebbero ben diverse. Hanno una mischia forte, vero, ma hanno dei 3/4 che quelli italiani in confronto per tecnica sembrano giocatori del Super Rugby; per non parlare della tecnica individuale degli avanti, forse alcuni neanche con le maniglie tengono in mano il pallone.
    Consideriamo inoltre che l’ultima edizione dell’European Rugby Championship è stata vinta dalla Romania. Perché non si parla mai di Romania e solo di Georgia allora?
    Io, per motivi prettamente tecnici e non commerciali come evidenziati nell’articolo, resto (per il momento) molto scettico sull’inserimento di una Tier 2 nel 6N.

  2. Stefano

    luglio 25th, 2017

    Tutto giusto. Attenzione però a non farne una questione (soltanto) di distribuzione di fondi. A mio modesto parere se si vuole creare nuovi competitors con un futuro occorre cambiare anche alcune regole del gioco, prima di tutto le sostituzioni…….. oggi a rugby si gioca in 23, e questo fa si che il livello fisico del gioco sia su livelli insostenibili ai più,tenendo alto il numero degli infortuni e quindi il numero dei giocatori necessario per restare competitivi, i quali non nascono dal nulla ma vanno formati, svezzati etc….. Nel lungo periodo quante nazioni potranno tenere il ritmo e quante (Sudafrica? Australia? Francia? Galles? Scozia? Argentina? ) perderanno il passo?