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Insomma dai diciamolo, il Super Rugby si sta imbruttendo. Sono 18 squadre, divise in 4 conference, tutte pigiate in un  fazzoletto di calendario che ha di fatto ricostruito i campionati territoriali nazionali: le australiane con le australiane, le neozelandesi con le neozelandesi e via così. La cosa piace a pochi anche perchè molti scontri epici si sono persi, gli stadi soffrono la mancanza di pathos, tutta la prima fase del campionato per club del sud del mondo sembra più un tour che una vera competizione. Fosse tutto qui però sarebbe già facile ma il problema è anche tecnico.

Le cose non vanno e SANZAAR si è già espressa, ci saranno presto importanti cambiamenti. Inutile aspettarsi chissà quali idee, la formula attuale è già un gigante sordo e non ci sono altre giganterie in agguato ma solo una semplice, scontata e soprattutto ragionevole diminuzione dei team in competizione. Attualmente giocano il Super Rugby 5 squadre australiane, 5 neozelandesi, 6 sudafricane e poi le new entry, la franchigia giapponese (ma gioca anche a Singapore) e quella argentina. Queste ultime due sarebbero state il motivo di tutto questo disastro: tutti le volevano dentro il campionato, nessuno voleva però mollare il posto e così si è creato il mostro senza testa. Ora però qualcuno il posto lo dovrà lasciare perchè la crisi dell’evento Super Rugby ha spalancato le porte alle crisi di alcuni team che stanno tecnicamente ed economicamente in aperta difficoltà.

SANZAAR ha già annunciato l’arrivo di cambiamenti diverse settimane fa ma non ha ancora comunicato quali saranno con profondo disappunto della Federazione neozelandese che, per bocca del suo CEO Steve Tew, ha proprio in questi giorni sollecitato a mezzo stampa la chiusura ufficiale della questione. Le ipotesi si sprecano, qualcuno parla di un ritorno ad un Super 12 ma questa cosa sembra davvero inverosimile mentre più plusibile sembra il ritorno ai 15 contendenti con progressiva sparizione della formula per “conference”. I team che ci rimetterebbero il posto sarebbero sudafricani (2) ed australiani (1), la Nuova Zelanda, vera autrice di questa ulteriore riforma, si tiene i suoi 5 che, del resto, ha saputo amministrare bene anche in questo periodo più “magro”.

La vera questione che ha però mosso tutto questa azione di rinnovamento del rinnovamento è stato l’evidente calo del tasso tecnico delle partite. Questo più di ogni altra cosa ha infastidito gli addetti ai lavori. Attenzione però, la cosa non riguarda le “new entry”, una delle quali (i Jaguares argentini) è grande protagonista del suo “girone” (Africa 2), ma è ben più generale. La massificazione dell’evento e la sparizione di molti match “stellari” ha messo in evidenza alcune povertà tecniche.

Forse nemmeno nel favoloso Sud ovale ci sono abbastanza giocatori per gestire un campionato così grande ad un livello veramente alto. Sempre più infatti si nota che la ricerca della velocità non corrisponde alla precisione, troppi incontri sono davvero brutti, carichi di errori tecnici, pretenziosi sul piano degli skill, gestiti da arbitri che tralasciano pezzi interi di regolamento in funzione dello “spettacolo”. Troppo spesso, oggi come oggi, davanti ad una partita di Super Rugby a volte si notano più i laissez faire che non le prodezze tecniche degli atleti. Non tutte le conferences sono però allo stesso livello e questa differenziazione tecnica fra gruppi di squadre ha  ancora di più preoccupato gli organizzatori o almeno alcuni fra questi. La riforma ci sarà, questione di giorni e poi si saprà il futuro di uno dei campionati più belli del mondo.

Una riflessione però ci rimane. Allargare il rugby è una questione cruciale, vale sia per il mondo delle Nazionali (recenti le polemiche per gli spareggi di ingresso al Sei Nazioni) sia per quello dei club (il Pro12 in Europa è già un campionato “misto”) ingigantire alcuni tornei tradizionali non è una soluzione. Ancora una volta ci si trova ad ammettere che servono spazi “nuovi” per il nuovo Alto Livello, di questo il nostro mondo ovale ha davvero bisogno.

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