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In un breve ma intenso articolo su “The Times” del 22 Novembre la poderosa testata britannica si avventura in una considerazione interessante con un articolo dal titolo “Debate over refereeing decision helping rugby to become a safer game” (il dibattito sulla decisione arbitrale può aiutare il rugby a diventare un gioco più sicuro).

Il pezzo di “The Times” parte dalle critiche piovute sull’arbitro Jaco Peyper dopo il Test Match Irlanda Vs New Zealand dello scorso fine settimana. Peyper avrebbe fischiato poco e male il gioco fisico neozelandese mettendo a rischio la stessa sicurezza dei giocatori.  Scrive sul”Belfast Telegraph” Alan Quinlan a proposito del “fallimento” di Peyper:” Tutti sapevano che la Nuova Zelanda voleva alzare il livello di aggressività e intensità, ma alcune delle cose che abbiamo visto sabato erano proprio sulla linea della legalità….Il rugby è uno sport di contatto, difficile da giocare. Ci saranno sempre enormi difficoltà fisiche ed è compito dell’arbitro gestirle…“.

“The Times” fa sulla questione un passo avanti e si spinge a dire che discutere delle decisioni arbitrali aiuta ad aumentare la sicurezza del gioco. Il giornale cita una serie di casi, che vi si lascia leggere cliccando qui, ma soprattutto cita la raccomandazione che World Rugby aveva fatto agli arbitri prima di questi Test match, una esortazione a curare il gioco di contatto, a non permetterne eccessi, in particolare per la parte alta del corpo.

Secondo “The Times” molti incidenti rilevanti si sarebbero potuti evitare se gli arbitri fossero stati più severi e, qui l’esempio è davvero calzante, la dimostrazione di ciò è che i giocatori avrebbero smesso di falciare l’avversario nella presa in aria solo grazie ai molti cartellini rossi esibiti in passato.

Insomma il gioco fisico e durissimo, spietato ed a volte cattivo, il più delle volte interpretato dal rugby del sud, adesso non piace più. Le sportellate adesso fanno male, il rugby di quelli che ti sollevano di peso e ti scaraventano in tribuna come Hulk nei filmetti per ragazzi, adesso non è più una fiaba su cui vaticinare. Ci si accorge che ci si fa male, ma soprattutto ci si accorge che non è rugby, i nodi vengono al pettine ed ora a chi si chiede di rimediare? Agli arbitri.

Paolo Wilhelm (OnRugby) ha giustamente scritto recentemente “Ora che è passata la sbornia collettiva post-Sudafrica lo vogliamo dire che, per quanto spettacolare, l’autoscontro che Venditti si è andato a cercare sulla sua meta è stato tanto inutile quanto rischioso? Una roba da non fare insomma“. Da queste parti siamo pienamente d’accordo con Paolo.

Tutti questi atteggiamenti, quelli citati da “The Times” in primis, sono però il frutto di una cultura del rugby sbagliata che nasce negli spogliatoi, ma non in quello dell’arbitro, ma è proprio dove nasce che deve essere corretta. Sono i tecnici e gli stessi giocatori che, per la loro sicurezza, devono capire che quel tipo di gioco non è quello che serve.

In questi ultimi anni abbiamo deviato da un concetto importante sul nostro gioco che, sarà pure un gioco di “contatto”, ma la sua vera, originale, primaria filosofia è sempre stata quella di sfuggire all’avversario per arrivare alla meta e non quella di abbatterlo. Quando abbiamo saltato a piè pari questo concetto, quando lo abbiamo abbandonato, abbiamo creato non solo un problema di sicurezza per la salute dei giocatori ma abbiamo pure svilito il vero fascino del nostro gioco.

E’ vero, gli arbitri devono applicare con severità le regole ma per fare questo non servono discussioni sui giornali o giudici mediatici e fermiamo subito questa idea malsana prima che si trasferisca sui campi di gioco. Sono le istituzioni tecniche degli arbitri fin dalla World Rugby che devono essere chiare, perchè poi se un arbitro estrae con severità il cartellino rosso per un fallo di quelli appena citati, nessuno si alzi in piedi a dire che ha ammazzato la partita.

Il rugby è di tutti ed in campo ci vanno in tanti. La responsabilità va equamente divisa.

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