Chris Robshaw

Chris Robshaw solida terza linea della Inghilterra di Eddie Jones

Ma questi non avevano perso ai Mondiali? Rovinosamente. Ti stropicci gli occhi per capire se è tutto vero, vedi quelle maglie bianche correre e travolgere tutto, portare a casa bottino come forsennati e poi via con aggressività, continuità, conquista.

Sono gli inglesi nella terza partita contro l’Australia dei test match estivi che si sono esauriti in questi giorni. Tre partite, tre vittorie, la prima il giorno 11 di giugno a Brisbane, risultato 39 – 28, poi Melbourne sette giorni dopo, 23 – 7 quindi a Sidney il giorno 25, 44 -40. Tre mete per parte nel primo match con Farrell che realizza al piedi un 9/10; secondo match due mete ad uno per quelli in bianco, ancora Farrell 5/6 al piede. Ultimo match più tirato, gli australiani non ci stanno a chiudere la serie a zero ma concedono troppo spazio e troppi falli, finisce con quattro mete per parte ma ancora il 9/10 al piede di Farrell che dice la sua. 

Un tour straripante quello dei ragazzi di Eddie Jones, lui è poi australiano; ventisette i giocatori utilizzati, record di punti per Farrell a quota 66, nove mete realizzate da nove giocatori diversi, Mike Brown e Chris Robshaw che festeggiano dentro la serie la 50° presenza con la maglia della rosa ma intorno a loro ci sono anche esordienti e ritorni, insomma tutti gli ingredienti per lasciare che i match raccontino una bella favola e diano la sicurezza di aver messo giù un gran bel rugby.

Mentre il XV dei grandi metteva a tacere le sirene australiane in patria i giovanotti inglesi della Under20 vincevano il titolo mondiale di categoria battendo in finale l’Irlanda con il risultato perentorio di 45-21. Terza volta campioni nei nove anni di questa edizione planetaria degli juniores, 193 i punti fatti in questa edizione e solo 61 subiti, gli inglesi under20 hanno messo al tappeto nell’ordine: Italia, Scozia, Australia, Sudafrica, Irlanda.

Se a quelli più giovani la sequenza di vittorie vale il titolo al XV dei grandi le vittorie di questi mesi valgono la conquista del secondo posto nel ranking mondiale dietro agli All Blacks a danno proprio delle altre due potenze del sud, Australia e Sudafrica.

Una marcia possente quella della squadra di Eddie Jones che, va ricordato, ha vinto anche il Sei Nazioni 2016 dove ha collezionato anche Calcutta Cup e Millennium Trophy arrivando poi al Grande Slam. Il rugby inglese non si ferma, a Rio per il torneo olimpico del Rugby Seven la Nazionale che rappresenterà la Gran Bretagna sarà quella della rosa e sono qualificate sia il team maschile che quello femminile.

La debacle mondiale era costata cara alla federazione inglese e, per una volta, non solo in termini di prestigio; subito dopo però è arrivato il cambio repentino di Coach a cui sono seguite pressioni sui club di Premiership per programmare la risalita. Il primo risultato, fin troppo rapido visto che i prossimi mondiali sono nel 2019, è già arrivato e così la RFU rispetta la sua per nulla nascosta intenzione di essere chiaramente e senza dubbio alcuno la seconda potenza mondiale del rugby dopo i mitici All Blacks. Quale sia l’obiettivo è chiaro, programmare per scalzare anche i neozelandesi dal trono, per adesso irraggiungibili ma ancora per quanto? I neozelandesi sono palesemente nel mirino.

Il passo di questa Inghilterra è davvero potente, il rugby lo avranno pure inventato loro ma dietro tutto questo c’è dell’altro, c’è organizzazione e risorse umane, programmazione, assetto stabile e vasto nella gestione del movimento, c’è qualità ma anche quantità. Ecco allora che gli uomini della terra di Albione ci lasciano stupiti, quasi spaventati.

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