LEICESTER RACING

Vale anche per il rugby: fare notizia non è un optional, mai. Guardate il trascorso fine settimana, invaso dal rugby degli altri, le semifinali delle coppe, il solito tamburello anglo-francese, il Super Rugby del Sud con la vittoria potente dei Crusaders ed i Sunwolves, compare fra le righe qua e la, specialmente sul web, persino il campionato professionistico di rugby nord-americano. L’Italia tace.

L’Italia tace perchè questo fine settimana non ha giocato nessuno, vero, l’Italia è fuori dalla scena che conta e quindi cala il silenzio, normale, …magari non così “normale” ma … lasciamo stare. Il rugby italiano ha invece pochissime occasioni per “fare notizia”, sia a livello locale che europeo, ovviamente si intende la “notizia” che piace e che fa innamorare, per le brutte notizia abbiamo lo scettro.

Se ci approcciamo al rugby della Nazionale si può dire che il Sei Nazioni da diversi anni è una vetrina consunta e la “notizia” più importante dopo ogni nostro match ultimamente è quella della Georgia che chiede la nostra testa. Il rugby per club italiano non esiste, messo all’angolo il Campionato di Eccellenza e le due franchigie concepite per stare in piedi e non per vincere, queste ultime stanno dando il peggio, non sono un modello. Non fanno notizia.

Viviamo circondati da buon rugby che non è “nostro”, lo viviamo e lo vediamo: un buon 75% del rugby che leggete sul web è di oltre confine, i nostri ragazzi nelle clubhouse sfoggiano spesso la maglia del Tolone o del Leicester, del resto il rugby che passa fra le notizie, che occupa il web o la carta stampata o è quello che vince ed impressiona o quello che ha una grande storia da raccontare. Dunque: chi ha messo il silenziatore al nostro rugby? Domanda retorica, ebbene si.

Chi pensa che l’aver buttato sul piccolo schermo una partita di Eccellenza ed una di Pro12 alla settimana abbia fatto circolare il rugby italiano, merita uno zero in comunicazione ma, se è per questo, già lo sa ed in questo momento sta misurando tutta la portata del suo fallimento.

Fare notizia oggi come oggi nello sport e nel rugby in particolare è comunicare una passione vera, un evento positivo e magari ricorrente, tracciare le date di una sfida, tracciare territori di colori diversi uniti nello sport. Tutto questo, se ben gestito, fa notizia. La rinascita del rugby italiano di club serve anche e soprattutto a questo e serve a tutto il movimento.

Avere un Campionato italiano competitivo di alto livello può fare notizia sempre, aiuterebbe coloro che combattono per entrarci (la Serie A) ad essere più visibili e via così in una catena virtuosa di comunicazione e di “notizia” che favorirebbe l’espansione del nostro sport.

Fare notizia per il rugby italiano non può essere una prerogativa azzurra o limitata ai sempre più stretti territori delle franchigie perchè lascia uno spazio immenso di interesse e di curiosità che oggi stiamo coprendo interamente con le gesta della Premiership o del Top14. Piaccia o no questo non va bene per una delle Nation del Sei Nazioni.

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One Comment to: IL RUGBY ITALIANO CHE NON FA NOTIZIA

  1. Walter

    aprile 26th, 2016

    Mi pare che anche questo lungo commento dica ben poco se non nulla! Trascura le cause vere del male che ha colpito il rugby italiano. Questo male ha un nome e un cognome! E si chiama Fir! La quale FIR ha fatto una guerra decennale alla Benetton Treviso. Che alla fine ha ceduto ed ha concesso la testa pensante (unica di livello internazionale) del rugby italiano, vale a dire Vittorio Munari. Il quale Munari assieme a Franco Smith avevano portato la franchigia trevigiana ad un buon livello in pro12. Era sul punto di arrivare tra le prime 4 (le aveva anche battute tra l’altro), quando i risultati della geniale guerra condotta dai vertici FIR sono arrivati a sistemare tutto! Penso che nulla potrà cambiare perché l’unico che poteva farlo, Munari, è stato estromesso da qualsiasi funzione significativa. Richiamarlo credo che non servirebbe a nulla. Ci vorrebbero anni per ricostruire quanto mandato a rotoli. Per cui avanti così. Ancora tre o quattro anni e il movimento rugbystico si ridurrà, come stanno dicendo in sud Africa, ad un rugby banana banana… Perché da loro non è più questione di qualità ma di colore della pelle, e da noi è questione di obbedire al signor presidente FIR.