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Stuart Lancaster

A guidare una squadra di rugby di alto livello c’è sempre un Headcoach, questi ha poi diversi collaboratori che sono spesso dei responsabili di settore: di solito un team di questo tipo può avere un responsabile degli avanti ed uno dei “backs”, degli specialisti per attacco e difesa, un responsabile degli skills. Un allenatore di rugby di alto livello può avere anche altri quattro allenatori come suoi collaboratori e la domanda sorge spontanea: ma vanno sempre d’accordo?

La questione dei rapporti all’interno della gestione tecnica di una squadra di rugby è altra condizione di cui non si parla mai abbastanza, in verità è un fattore delicato, una dimensione determinante per il successo di un progetto, un capo allenatore nel rugby è tale solo se riesce a realizzare questo amalgama fra vari altri allenatori e riesce a imporre/condividere la propria idea, a dare ai suoi ragazzi una unica vision del rugby anche se gestita da più persone.

Pochi ne hanno fatto cenno in Italia ma Stuart Lancaster, Headcoach della Inghilterra, eliminata al primo giro, fuori dai quarti del Mondiale in corso proprio a casa sua,  è stato duramente attaccato proprio per la sua mancanza di polso nel gestire prima di tutto il suo staff.

Uno dei pezzi più duri sull’argomento è quello di Daniel Schofield sul “The Daily Telegraph” del 5 ottobre che accusa apertamente Lancaster confrontandolo spietatamente con altri colleghi di maggior successo :” Cheika, Schmidt e Gatland sono i padroni del proprio campo, i loro assistenti, anche gli uomini con la forte personalità come Shaun Edwards e Stephen Larkham, sono solo assistenti. Lancaster  da l’impressione di essere invece il primo fra i pari“. Su questa dimensione troppo molle del Coach inglese Schofield insiste con esempi di una certa importanza, racconta della divisione fra il suo collaboratore Andy Farrell, Backs Coach, e Mike Catt, Skills Coach,  di come questi si siano scornati già per le convocazioni di alcuni giocatori pretendendo  ed ottenendo da Lancaster, ecco la debolezza, ulteriori match di prova per vedere Tizio o Caio; Schofield racconta inoltre di come Lancaster si fosse ormai convinto di convocare i due forti inglesi che giocano in Francia Steffon Armitage e Nick Abendanon  ma che le pressioni di alcuni giocatori sostenuti da alcuni del suo staff abbiano avuto la meglio sulla sua volontà.

Andy Farrell inoltre, secondo la stampa inglese, avrebbe, con la sua pesantissima influenza, fatto e disfatto le formazioni match dopo match, imposto nomi, facendo pesare su tutto l’ambiente la sua personalità ed il suo curriculum sicuramente più “importante” di quello di Lancaster, qui il capo allenatore inglese non avrebbe saputo farsi valere aprendo così le porte alla insicurezza che si è insinuata fra i suoi giocatori, sono quindi arrivate le sconfitte fino alla clamorosa esclusione.

La questione Brunel, che avrebbe ceduto lo spogliatoio al Capitano Sergio Parisse, che avrebbe delegato fin anche la scelta di alcuni giocatori ad altri dello staff e fra questi  anche al Presidente Federale, che poi se ne è pure vantato, è molto diversa; diciamo che il caso del coach della Nazionale italiana è solo parallelo rispetto al caso del coach inglese ma coglie lo stesso problema: la solidità e la libertà di movimento del Headcoach.

Fra i molti ingredienti di un successo sportivo il principio della corretta assunzione di responsabilità è fondamentale, un Headcoach deve essere tale e deve davvero essere a capo del suo progetto, deve poterlo perseguire, diversamente però deve avere il coraggio prima di tutto di imporsi e poi, se serve, anche di sbattere la porta. La sua alternativa è solo la sconfitta, in tutti i casi, anche in caso di vittoria ed il nostro match con il Canada è lì a dimostrarlo.

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