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Una fase di Italia – Canada di RWC2015

Dei trattati sulla guerra lasciati da Pirro, quello delle finte vittorie, libri molto amati da Cicerone e declamati da tanti altri strateghi ed eroi del suo tempo, non è rimasto nulla; nessuno si è preso la briga di conservarli davvero, tanto inestimabili forse non dovevano essere. Così nulla rimane del nostro Pirro ovale, Jacques Brunel, e sicuramente a nulla varranno i canti dei collaboratori del Coach italico che in queste ore hanno lasciato sul campo proclami di grande apprezzamento sul match azzurro contro il Canada e di grande fiducia verso la Nazionale, roba dal sapore decisamente poco sportivo e molto politico.

Vedremo più avanti il perchè le dichiarazioni post match di Giampiero De Carli, responsabile degli avanti nello staff di Brunel,  e Luigi Troiani, Team Manager, sono addirittura pericolose. I due però sanno che il mondo del rugby italiano ha difficoltà a contraddire i suoi eroi del passato, loro fanno parte di questo mondo di icone, sanno che godono di questa immunità ed allora si permettono di prenderci un po’ per allocchi disegnando del match iperbole che nessuno ha visto ma potendo loro così compiere il gesto politico che si aspetta il “grande capo”.

De Carli ci dice nella sua dichiarazione stampa che ” E’ stata una bella vittoria, importante per il morale. Sono contento della prestazione degli avanti …. La mischia ha fatto passi avanti rispetto alla prima partita”. Quello che abbiamo visto noi sugli schermi della tv, una mischia vagante per il campo, la totale assenza di metà dei suoi componenti, lo sconcerto ed i falli di fronte al no contest sulla rimessa ed al tallonaggio veloce degli avversari in mischia, l’assoluto equilibrio con quella canadese per larghi tratti della partita, era evidentemente un altro match.

Luigi Troiani non è voluto essere da meno ed allora eccolo raccontarci che ““Vincere è sempre piacevole, soprattutto se come nel nostro caso il successo tiene aperta la porta per il passaggio del turno. Ieri forse i ragazzi erano un po’ contratti, ma penso fosse dovuto alla consapevolezza del peso specifico della partita… “. Noi invece abbiamo visto un Canada, era questo il “peso specifico della partita” non gli All Blacks, che ci ha dominato per quasi ottanta minuti, punito solo dai suoi errori, dalla sua scarsa dimestichezza a tenere saldamente in mano la palla ma con un piano di gioco minuzioso ed efficace che ci ha puniti sui dati statistici a tutti i livelli. Il rugby italiano ha mostrato lo scorso sabato il suo volto peggiore, una Nazionale che non ha più fiato e motivi per fare quel salto in più, occhi spenti da eterni perdenti già nel corridoio di entrata in campo, gioco assente, attaccata alla salda ed ineluttabile volontà del “vecchietto” di turno, Mauro Bergamasco, uno dei pochi veri “grandi” del match.

Il grave pericolo che corre il nostro rugby è però altro, se ne trova un primo indizio proprio nelle dichiarazioni stile “tutto va bene madama la marchesa” di De Carli e Troiani.

L’Italia del rugby è KO, è evidente, lo è in tutte le categorie nelle quali si cimenta, questo fallimento sportivo dovrà infatti  prima o poi diventare politico, questo dovrà accadere anche e soprattutto per ribadire che è lo sport in se, la disciplina in quanto tale, che sovrasta la struttura politica, questo per dimostrare, come in tutti gli altri paesi, che dove c’è una federazione sportiva sono i risultati sportivi a determinare il pieno successo di una gestione e null’altro.

L’Italia ha mostrato in queste settimane tutti i limiti di un “progetto”, quello di Gavazzi, che dovrà essere cambiato ma, questo è il vero pericolo, la eccessiva politicizzazione del nostro sport, la sua estremizzazione verso la spartizione delle partite di bilancio, la “gestione” e l’indirizzamento delle scelte dei tecnici da parte dei politici federali, potrebbero portare al suo ingessamento.

La potenziale cristallizzazione della attuale FIR per interessi diversi dal successo sportivo, magari intorno ad una sconfitta onorevole o, peggio, ad una vittoria apparente, sarebbe la morte del nostro rugby. Questo è il vero pericolo che corre il nostro rugby. Questo va evitato, per questo bisogna ritrovare  la necessaria unità del movimento per cambiare e tornare a crescere.

Non si tratta di arrendersi ai Canada di turno, si tratta di non diventare i discepoli di Pirro.

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3 Comments to: I DISCEPOLI DI PIRRO

  1. mah

    settembre 28th, 2015

    Già

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    settembre 28th, 2015

    Dopo Mirco Bergamasco, un’altra bandiera azzurra ci va giù pesante: è Massimo Giovanelli, 60 caps a cavallo degli anni Novanta, di cui 37 da capitano. L’ex flanker oggi 48enne, acuto e pungente come sempre, oltre che verso la gestione della squadra, indirizza i suoi pensieri critici verso quella del movimento.
    LA POLITICA — “Il problema principale del nostro rugby – sostiene – è che non sa rinnovarsi. Quel che è successo nella politica con l’avvento della seconda repubblica, non è successo da noi. Le presidenze federali durano all’infinito e chi comanda ha poteri illimitati. Pensiamo al Sei Nazioni: fosse per i risultati sportivi, saremmo retrocessi da tempo. Non siamo competitivi, non siamo credibili. Ciò nonostante, la Nazionale tiene insieme il sistema, ma per quanto ancora? Una volta i club italiani avevano grande potere d’acquisto, oggi le finaliste d’Eccellenza prendono 90 punti da squadre straniere di terza fascia. Tecnicamente valiamo zero. Abbiamo il secondo budget federale dopo il calcio e il sud non esiste. Siamo diventati il rugby dei villaggi, non delle città. Non esiste una base, se pensiamo alle accademie come selezioni naturali, siamo fuori strada”.
    LA NAZIONALE — Giovanelli è un fiume in piena, anche sull’attuale Nazionale: “Possibile che alla Coppa del Mondo si presenti sempre un c.t. con le valigie pronte? Le altre Nazionali hanno 4-5 tecnici affermati, noi pseudo staff. Non siamo capaci di gestire i cambi generazionali dei giocatori, ogni volta comportano drammi e lacerazioni come accade ora. Com’è normale che sia i “vecchi” tutelano i propri interessi, i giovani altro. Basta con gli allenatori che vengono qui in pensione: Fourcade e Coste si calarono nella realtà, gli altri, da lì in poi, hanno usato i problemi come scuse. Ci si affida ai quattro giocatori più esperti per perdere con uno scarto inferiore ai 40 punti, non si costruisce. L’apparato tecnico federale ha fallito e a pagare sono sempre i giocatori, attori di un sistema che fa acqua”.

  3. Z factor

    settembre 29th, 2015

    Tutti hanno le verità personali e che siano condivisibili non ci piove.Nessuno che dica espressamente fra,giovannelli,Cutitta,Dominguez,che l’apparato federale equivale al solo Gavazzi,quindi con lui senza giri di parole bisogna prendersela