SCOTT SPEDDING

Il sudafricano Scott Spedding con la maglia della Nazionale francese

La Benetton Treviso ha annunciato la recente acquisizione, per la prossima stagione, dei diritti sportivi di Filo Paulo, peso 122 kg, altezza cm 201, una seconda linea bella e buona, proveniente dal Pacifico del sud. Molte delle seconde/terze linee che giocano in Italia provengono da quell’area ma, tanto per non circoscrivere la cosa al Made in Italy, tutta Europa è abbondantemente vestita di Pacific Islanders.

Certo è più facile fare arrivare un giocatore da zone dove ce ne sono molti ed anche naturalmente “ben piantati” piuttosto che mettersi a cercare e coltivare quelli di casa propria. Resta il fatto che se il nostro sport ha un posto per ogni taglia pare stia accadendo che ogni taglia abbia il suo paese di origine o che molte Nation abbiano individuato nella importazione di “ruoli” la giusta scappatoia a proprie mancanze.

E’ stato sinceramente imbarazzante vedere la Francia, quella dei grandi budget e delle grandi aspirazioni ovali, mettere in campo, nella propria Nazionale anche nel Sei Nazioni appena trascorso, per il ruolo di estremo un sudafricano, Scott Spedding, e come ala il fijiano Noa Nakaitaci, un tipo quest’ultmo che aveva già giocato nella Nazionale Under20 del proprio paese.

Certo anche da noi il Presidente federale pensa che basti piantare una Accademia fra Samoa e Fiji ed il gioco è fatto, lui pensa avremmo così risolto per il futuro il problema azzurro di seconde, terze e chissà quante altre specialità.

A tutto questo aveva risposto a febbraio di quest’anno Bernard Lapasset, gran capo della World Rugby, dicendo a proposito della eleggibilità nelle Nazionali di rugby: ” Il lavoro e l’ambiente di vita sono una cosa, la nazionalità un’altra. Dovremo essere più fermi. L’attuale regime di eleggibilità corrisponde all’evoluzione delle nostre società? Io non lo credo. (…) Gli scozzesi hanno in squadra dei neozelandesi, il mediano d’apertura italiano è un kiwi e i francesi chiamano dei sudafricani. Io non li condanno, non fanno altro che sfruttare delle regole che esistono ma questo conduce inesorabilmente a una uniformazione del gioco, arriveremo a un punto in cui tutte le squadre giocheranno lo stesso rugby. Dobbiamo lasciare una parte delle nostre diversità culturali, sono state fino a ora la nostra ricchezza”

E’ questa la cosa che colpisce di più di questa dichiarazione, il punto non è solo “l’eleggibilità” ma prima di tutto la possibilità che tutti giochino lo stesso rugby, una omologazione generale che renderebbe (renderà?)  il tutto visibilmente più noioso e meno attraente. Questa importazione di “capitali umani” non è solo il primo stimolo all’impoverimento del proprio movimento sportivo, non è solo una questione di nazionalità, altri argomenti che andranno comunque trattati e visti, ma è prima di tutto un potenziale attentato alla bellezza del nostro gioco, è il rugby contro il rugby.

Cosa c’è di peggio del gioco tutto uguale? Come potranno crescere scuole di rugby diverse e sportivamente contrapposte se riduciamo il tutto ad un “global act”  uniforme ed uniformato?

Pensiamoci un attimo in più.

One Comment to: STRANIERI IN CAMPO: IL RUGBY CONTRO IL RUGBY?

  1. Zagor

    marzo 26th, 2015

    Considerazioni eccellenti.