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di Roberto Zanovello

Giocatore di rugby con i colori cussini amaranto-oro  dal 1973 al 1989, dirigente e poi Presidente del CUS Padova dal 2004 Roberto Zanovello è uno sportivo a tutto tondo; quest’anno ha dovuto rinunciare al ruolo di Consigliere Federale, estromesso da un assurdo ma anche “utile”, quindi irremovibile, cavillo normativo della FIR . E’ il secondo appuntamento con lui nella rubrica “A titolo personale”.

E’ del 3 novembre il pezzo su Repubblica di Massimo Calandri dal titolo “Rugby, l’eredità perduta tra bilanci in rosso e azzurri pescati alle Figi”, uno spaccato triste del nostro movimento, un articolo che è una disamina, purtroppo crudele ma reale, del movimento rugbystico italiano, peggiorata dalle dichiarazioni del Presidente Gavazzi, il ”Tavecchio ovale” lo chiama Calandri, che resteranno negli “annali bui” della storia di questo sport.

Se il rugby italiano è chi lo rappresenta, siamo veramente messi male. L’analisi fatta su Repubblica fotografa la situazione del rugby italiano in questo momento: bilanci in rosso, sponsor che cominciano a dubitare, televisioni che si ritirano, una nazionale sull’orlo della crisi di nervi farcita di stranieri ed il Presidente federale che se la prende con la fortuna e con il Papa.

Tutto vero quello che ha scritto il Calandri ma ci dovrebbe essere dignità, anche in questa situazione. E anche rispetto dei tanti che vivono fuori dalle stanze del potere federale mantenendo viva la “storia” del rugby nazionale. Quelli che ogni domenica portano in campo i ragazzini e l’ idea “pulita” di questo sport.

Chi ha il compito principale di rispettare questa dignità è proprio il Presidente federale, evitando scuse e giustificazioni alla sua gestione che offendono il buon senso e l’intelligenza della base del rugby italiano.

Siamo arrivati al punto che stare zitti di fronte a tale e tanta incapacità non è più accettabile, se non assumendosi responsabilità di una catastrofe futura del rugby nazionale.

La Federazione naviga su bilanci di milioni di euro ( 45 nel consuntivo 2013), investendo il solo 10 % sull’attività del rugby di base ( circa 570 società affiliate ), mentre il 50 % viene investito nell’alto livello e nazionale.

In questi mesi stiamo assistendo all’epilogo dell’attività ed alla chiusura di molte piccole società, che hanno costituito il riferimento storico di questo sport.

Nel frattempo la FIR ha messo in campo dal 2013, la più potente e costosa macchina organizzativa (paragonata ad altre Federazioni nazionali) allestendo 32 Centri di formazione Under 16 e 9 Accademie federali Under 18,  con un costo che sfiora i 7 milioni di euro all’anno.

Il tutto realizzato di fatto contro una storica e decennale presenza dei club,  veri protagonisti della selezione e della formazione dei giovani rugbysti. E,  come sembra dalle affermazioni di Gavazzi, l’intenzione è di riempire a breve queste strutture con ragazzi provenienti dalle isole Tonga, Figi e Samoa.(“Tra Samoa e Figi ci sono delle opportunità, in inverno ne arriveranno due o tre” ha detto il Presidente).

Tra le molte cose di cui ha bisogno il nostro sport, una le riassume tutte. Si tratta della rivoluzione culturale che deve ” passare” sopra tutto il rugby italiano. Si è costruita in questi anni l’idea di un movimento professionistico che esiste però solo a livello di nazionale maggiore e di squadre celtiche. Sotto c’è una zona “buia” di professionismo “inesistente” e “straccione”, condito dalla presenza di procuratori, veri protagonisti di questa situazione e dimostrazione del fallimento della politica federale degli ultimi anni.

Dobbiamo cambiare. Noi alla base del movimento riprendendoci la responsabilità di scegliere e decidere, ma soprattutto deve cambiare il vertice federale, una casta ormai ventennale che non rappresenta più la “qualità” di cui c’è bisogno nel rugby nazionale..

Allora si potrà anche perdere in campo senza chiamare in causa la fortuna, il “culo” come dice il sofisticato presidente Gavazzi, o, sempre lui per giustificare il bilancio in rosso, la mancata presenza del Papa allo Stadio Olimpico di Roma in occasione della partita della Nazionale.

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