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Tokyo

Magari non è ancora detta l’ultima parola ma comunque vada sarà un successo, forse è solo così che si può commentare l’allargamento a partire dal 2016 del Super Rugby fino a 18 squadre. Oltre alle attuali cinque selezioni per ognuno dei paesi fondatori (Nuova Zelanda, Australia e Sudafrica) si aggiungeranno sicuramente una nuova selezione sudafricana, Southern Kings, ed una franchigia argentina, e la diciottesima?

I candidati sono due, in lizza un team giapponese ed uno di Singapore, poco conta chi fra i due sia in vantaggio in questo momento per accedere a quel fantastico diciottesimo posto, resta il fatto che, nel caso fosse il team della città stato si aprirebbero di fronte al Super Rugby i mercati malesi e dell’Indonesia e la cosa farebbe eco fin nelle Filippine, nel caso fosse il team del Sol Levante a spuntarla il rugby arriverebbe in forze in una delle capitali del  commercio mondiale.

Una tendenza decisamente espansionistica quella della SANZAR, l’associazione che organizza Super Rugby e Rugby Championship nel Sud del mondo, che punta realisticamente all’espansione del rugby, alla sua proposizione estrema in paesi “nuovi” e lo fa non organizzando tornei di beneficenza o partite spettacolo, non solo, ma portando direttamente il prodotto migliore, esportando direttamente sui territori il marchio All Blacks, Wallabies e Springboks. Ecco allora che dopo l’Argentina, inclusa da qualche anno nel Rugby Championship, il mondo sudamericano completa la propria compenetrazione con SANZAR portando anche una squadra nel Super Rugby.

Il modello ricalca o almeno assomiglia quello della Formula Uno che, constatato il declino di alcuni circuiti classici europei, fra i quali il nostro di Imola, si mise in giro per il mondo a cercare nuovi approdi, trovandoli negli USA,  nei paesi arabi, in Singapore ed in Malaysia,nei paesi dell’Est europeo,  così il mondo dei Gran Premi di Formula Uno è diventato un circo itinerante nel mondo, un po’ come il campionato di baseball americano degli anni cinquanta e sessanta.

La SANZAR ha evidentemente però un obiettivo davvero più recondito che è poi quello di togliere lo scettro di comando al mondo europeo, portare a casa propria il comando del rugby mondiale; lo farà nei prossimi anni mettendo sul piatto sponsor pesanti, ricchi paesi emergenti, rugby di alta qualità e di ampia diffusione nel mondo.

L’Europa di fronte a questo cosa fa? Si restringe, si chiude, si involve su se stessa. Occupata a trattare una pesante crisi economica l’Europa si deve districare fra due fattori pesanti: la mancata crescita del “nuovo” partner del Sei Nazioni, l’Italia, e la miopia delle tribù ovali britanniche.  Il primo punto è argomento di discussione giornaliera, oggi sarebbe in effetti tutto molto diverso se, in questi anni di Sei Nazioni, l’Italia avesse fatto un consistente passo avanti nel rugby, fosse stata in grado di occupare scena mediatica e procurare finanziamenti, giocare buon rugby e vincere qualche match che conta davvero. Il secondo punto ha trovato conclusione nella nuova organizzazione delle Coppe Europee che sono diventate un affare di soli francesi ed inglesi più le altre Nations delle isole del nord a fare da comprimari. Gli organizzatori di questo torneo si sono addirittura dimenticati di partorire la terza coppa, quella per i paesi emergenti, tagliandosi di fatto le potenzialità di crescita, dimostrando di non avere visione fuori dai propri confini.

Il fatto è che l’Europa è schiava dell’egocentrismo anglo-francese, non è stata capace di immaginare una coppa con un club russo o giapponese, canadese o statunitense, cosa che la SANZAR, contro ogni preclusione geografica, ha fatto e continua a fare.

In Italia abbiamo magari fallito il nostro appuntamento ma la reazione dei nostri partner è stata deludente, forse il mondo del rugby europeo  è davvero il momento che passi di mano.

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