premiership

L’informazione italiana del rugby ed in particolare quella sul web, che poi è il pezzo forte in termini di quantità, è passata al “nemico” in maniera evidente, ha varcato le Alpi, si è accampata in pianta stabile là dove si discetta di Angli, di Franchi e di Celti. Mala tempora currunt: povero rugby italico. Si osserva infatti un comportamento generale di allontanamento, terminata la Heineken Cup, giusto il tempo di prendere atto della pessima avventura delle due italiane, poi tutti hanno messo il piede fuori.

Risulta maldestramente “interessante” però, guardando tutta la produzione del rugby-web e sfogliando la stampa, come tutto il rugby italiano abbia perso di interesse, abbia perso centinaia di righe e migliaia di battute a favore di tutte le vicende, anche le più astruse, che si verificano nel resto d’Europa. Anche il nostro ovale che va al Sei Nazioni ha perso grandissimi  spazi a favore di Galles e Francia che la fanno da padrone. Il nome Brunel, offuscato, è citato molto poco, scarse le analisi sui nostri giocatori in Europa, insomma la stella “Nazionale” non ha più l’appeal di un tempo. Il web comunica più volentieri le gesta di Tolosa o di Toby Flood, le peripezie dei Saints piuttosto che la crisi del Racing Metro, le scelte di Halfpenny e persino le corsette ovali di Pippa Middleton ma di Italia, sempre meno.

Se “vola” così la Nazionale provate a pensare al massimo campionato italiano. Il Pro12 osserva tre settimane di pausa ed allora si poteva pensare che  il Campionato di Eccellenza ne avrebbe beneficiato. Poteva anche starci un po’ di Eccellenza fra un trafiletto e l’altro, fra il pezzo sulle firme degli campioni irlandesi con  l’IRFU e quello sul Rugby Fiumicino,  fra il calendario della Pacific Rugby Cup e gli infortunati gallesi per il prossimo Torneo continentale per Nazioni, fra il dito che si è tagliato lavorando nei boschi lo scozzese Murray e le serie mondiali del rugby Seven di Las Vegas, fra il pezzo “tiraclick”  sui “senatori” in Nazionale  ed il Sei Nazioni del Sesso (ebbene si, si è scritto anche di questo), un posticino al massimo campionato di Eccellenza? Nisba. Le righe dedicate al Campionato italiano, fra i grandi del web, sono ormai relegate alla  sola ripetizione dei comunicati stampa ufficiali.

Attenzione però a non puntare il dito dalla parte sbagliata, certo i “grandi” del web non fanno poi moltissimi sforzi perchè le cose siano diverse da così ma,  in verità,  i mezzi di informazione non fanno che adeguarsi al trend, questo è il loro mestiere del resto, seguono “l’onda” e quest’ultima quando parla di rugby non dice Italia, si sa. A forza di condire il nostro rugby di Alto Livello  (la Nazionale in primis) di insuccessi e di sconfitte, di creare anonimato e marginalizzazione dei club e dei loro campionati nazionali, il risultato delle perdita di interesse dell’Italia ovale si propone in tutta la sua durezza in questo periodo. La stesse fonti di informazione nostrane sono decisamente aride o, spesso e soprattutto, troppo autoreferenziali per essere sempre “notizia”. Il web ha bisogno di pulsare passione e raccontare “gesta” seguendo ritmi intensi e quella intensità l’Italia del rugby non ce l’ha.

Ecco il trend che colpisce in genere il rugby italiano, la china che punta verso il basso si comincia a vedere anche da questi segnali, c’è in giro una esterofilia diffusa, molti ragazzi si dicono tifosi di Clermont o di Munster, seguono le vicende di Bath o dello Stade ed addio ai club italiani; del resto  il pubblico vuole tanto rugby, quello davvero appassionato di questo sport vuole anche sognarlo, vuole vedere  i campioni ed i campioni, è chiaro, ogni tanto vincono, impongono gesta memorabili, guidano riscosse,  fanno passare messaggi realistici. Qualcosa di più alto delle incredibili ripetitive dichiarazioni pre-partita della serie  “dai che vinciamo” di Parisse o dei tweet velenosetti  di Lo Cicero.

Insomma chi ha scelto di scrivere di rugby fa sempre più fatica a reggere l’abbassamento generale di quello italiano, non è un buon viatico ma chi governa il rugby deve prendere atto che c’è un problema che si allarga. Ricordiamoci però che i primi esterofili sono in FIR, sono loro che ci hanno raccontato per primi che l’unico rugby “buono” era quello del Sei Nazioni e quello del campionato celtico. E adesso?