Lo sapete che questa estate ci sarà il Tour dei British & Irish Lions? Certo che si perchè i media danno tanta visibilità alla cosa che il rugby italiano manco se la sogna che sembra quasi basti venire da oltre Ventimiglia per ottenere gran risonanza.

Stiamo li a misurare i sospiri di O’Driscoll, le vicissitudini di O’Connel, quelle di Warburton e, per gli avversari, le delusioni di Quade Cooper. I British & Irish Lions, evento indiscutibilmente di altissimo livello e meraviglioso come tradizione (altrui),  sono però solo una scusa, un simbolo del rugby internazionale che voglio usare per raccontarci come molte altre questione più italiane non trovino un interesse sui media nemmeno paragonabile, non abbiano la stessa visibilità.

Sarebbe interessante aprire un bel dibattito su cosa accadrà del prossimo Campionato di Eccellenza con tre retrocessioni, o sul fatto che gli stranieri potranno essere “solo” quattro, sul progetto apertura che pare sarà cassato dopo solo un anno; potremmo anche parlare delle decisioni che non si sono ancora sentite ovvero su come rilanciare il nostro rugby, ripeto “nostro” casomai qualcuno pensasse che sia nostro quello di Tolone o dei Lions di cui sopra, in termini di spettatori e di risorse economiche. Non ci starebbe bene un bel dibattito sul numero di placcaggi in Eccellenza e sui metri percorsi per partita? Oppure siamo capaci di scuoterci solo se il nome comincia per O con l’apostrofo dopo?

Volete un altro tema interessante? E’ giusto che le due franchige  di Pro12 abbiano un riferimento territoriale?

Dai sospiri di Wilkinson al nostro rugby giocato il passo è così grande? E’ vero che le elezioni federali ci sono già state e pertanto trattare i temi più strettamente locali, specialmente con il Presidente che sembra essere ipoacusico, potrebbe risultare meno appetibile in termini di audience ma abdicare è brutta cosa. Parlo con amici del web e qualcuno dice che “certi non scrivono per timore di offendere tizio o caio” ma questa secondo me, è la solita storiella “del buono, del brutto e del cattivo” che non ha invece palcoscenico.

Ritengo purtroppo che manchi la cultura del rugby come fatto italiano e nessuno vuole seriamente mettersi in campo per darci una spinta, gli stessi  media hanno per le mani il rugby come un fatto “straniero”, un po’ lo sport degli altri, del resto stereotipi come la birra o la partita al pub non sono certo cose da Stivale, noi vi  conviviamo sognando un domani di portare tutti le basette di Griffen o i ricci di qualche maori. Una notizia, vi fosse sfuggita, neanche il calcio è nato in Italia.

La cultura del rugby come fenomeno italiano deve invece nascere da noi, bello il claim FIR che dice “Rugby passione italianaforse sarebbe il caso lo mettessimo poi in pratica, ne facessimo un progetto ambizioso e diffuso, un “progetto media” che faccia parlare di più del nostro rugby e dei suoi problemi, ecco una nuova occupazione che la FIR dovrebbe prendere in considerazione. Un giorno l’Italia ovale sarà costretta ad ammettere che siamo il primo paese al mondo per il suo vino non per la birra e che una partita con un negroamaro o un prosecco, o un lambrusco con il culatello, è una partita stupenda.