Cristina Carraro – Mental Trainer Petrarca Rugby

Non si riescono nemmeno a contare le volte che si è sentita, come motivazione ad un insuccesso sportivo, la frase “è un problema di testa“, tutti infatti sanno che il fattore mentale è determinante nella dinamica di un giocatore. Un atleta dell’Alto Livello si allena tutti i giorni, segue sedute video per conoscere gli avversari e passa del tempo sotto le cure del “fisio” ma quanto tempo passa ad allenare la sua mente? Allenare le capacità intellettuali dell’atleta per alzare  le sue performance durante le gare, ecco l’obiettivo di un componente di staff tanto importante quanto raro: il mental trainer.

Se sfogliate gli organigrammi e gli staff tecnici ufficiali delle Società di Eccellenza l’evidenza a questo componente di staff è solo del Rugby San Donà (Renato Brunello) e dal Petrarca Rugby. Si chiama Cristina Carraro, piglio deciso e amore per la maglia, è lei il coach della mente dei  petrarchini, il Mental Trainer che segue i ragazzi di Andrea Moretti ed ecco, di seguito, il risultato dello scambio di due chiacchiere con lei.

Stefano Franceschi: “Ciao, cominciamo  piano, chi è e cosa fa il mental trainer?”

Cristina Carraro:” E’ un lavoro che può fare agevolmente uno psicologo ma anche un educatore, la pedagogia ben si presta. Il mental trainer ha un master trainer nella psicologia nello sport ed è quella figura che cerca di tirare fuori il meglio dall’atleta, guarda principalmente alla prestazione e cerca di implementare le caratteristiche positive cercando di fare in modo che quelle negative non emergano.

SF:” Metodologia operativa?”

CC: “Io penso che bisogna agire a più livelli, agire un po’ sul gruppo, un po’ sul singolo individuo ma lavorare anche molto con lo staff guardando quindi la cosa nella sua globalità Ad inizio stagione io propongo dei test a tutta la squadra come verifica iniziale; si riesce così ad individuare il livello dell’attenzione, la motivazione, la formazione di obiettivi, la capacità di concentrazione in allenamento o nei due tempi della gara. Un obiettivo fondamentale su cui lavorare è il pre-gara, che è importantissimo.  I test che propongo vengono usati anche in Nuova Zelanda, in Australia ed Inghilterra, alla fine loro usano tutti gli stessi test. Elaborati quelli si  ha una panoramica , si vede cosa si ha in mano, per agire poi sul gruppo, è importante sapere che tipo di gruppo hai davanti, motivato o no, aggregato o aggregabile”.

SF: C’entra qualcosa la dinamica dello spogliatoio?

CC: Effettivamente no, lo spogliatoio è il regno degli allenatori, li loro sono autonomi, in verità il mio intervento è a monte, in spogliatoio ci si arriva già con l”intervento del mental trainer alle spalle.

SF:”Come l’ambiente interagisce con una figura così?

CC:” Partiamo dal fatto che i test sono personali, quindi io prendo direttamente la persona e mi rapporto con lui anche se solitamente vengono già da soli a chiedere supporto, questo è molto importante, i giocatori vengono da se,  nello specifico infatti qui al Petrarca sono abituati, un po’ perchè lo staff sostiene la mia figura e quindi io riesco a muovermi in questo ambito agevolmente ed un po’ perchè loro stessi sentono la opportunità o il bisogno.

SF:”Allora mettiamo tutto questo dentro al rugby

CC: “C’è un mito da sfatare si pensa che gli atleti ed i rugbisti in modo particolare siano già persone capaci, attente, formate, siccome sono forti allora loro devono spaccare il mondo, mentre in verità, i rugbisti in modo particolare, al di là della figura possente, sono dei ragazzi, prima di tutto delle persone! Il mio lavoro è trattare questi atleti prima di tutto come persone, è quello che fa la differenza, l’idea è sentire cosa deve migliorare questa persona, poi cosa sente di dover migliorare, questa persona si conosce? conosce i propri limiti? Soprattutto è consapevole come atleta di se stesso? Raramente ho trovato qualcuno che si conosce davvero ecco perchè vengono da me. Dentro al rugby comunque non c’è una situazione più particolare su cui intervenire, è la stessa cosa rispetto ad altri sport.

SF:”Fino a che punto il mental trainer riesce ad incidere sulla prestazione dell’atleta?

CC: “La mia attività incide soprattutto sulla capacità di stare attenti, sulla concentrazione, sul non distrarsi durante la partita, non farsi distrarre dai fattori esterni, fattori che vengono a minare la capacità di portare avanti la propria azione con fiducia di se stessi. Molto spesso gli atleti hanno un difetto che è quello di non essere nel “qui e ora” ovvero nel momento stesso i cui stai giocando, rimangono legati al passato ovvero all’errore fatto magari all’inizio del match oppure si proiettano nel futuro (“cosa accadrà a causa del mio errore?”), non restando ancorati al “qui e  ora” si portano avanti questa cosa nel match e la prima cosa che va via è l’attenzione.

SF:”Quindi attenzione e…forza?

CC: Il rugby non è una questione di forza, di spinta, di muscoli, prima di tutto il rugbista ha bisogno di metterci la testa, la differenza fra un atleta di alto livello  ed uno più modesto a parità di condizione e di allenamento è la capacità che sta nella testa. Questa è la differenza vera.

SF:”In Italia, nel nostro sport, non è normale componente di staff il mental trainer…

CC: “Nel mondo del rugby c’è diffidenza verso questo approccio, al Petrarca la figura è stata introdotta nel 2009, chi fa questa mossa nel nostro sport in Italia è considerato all’avanguardia, utilizzare queste tecniche nel resto d’Europa è invece normale amministrazione.