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FORZA RUGBY

CARI GIOVANI DEL RUGBY “A CHE SERVE FARE TANTE METE?”

C’è un ragazzo che gioca a rugby, un bravo ragazzo davvero, tale e quale i suoi genitori, il babbo ha una azienda ed il figlio gioca a rugby ed è arrivato in alto ma non studia o studia poco, che differenza c’è. La cosa di per se non è grave, il ragazzo ha tempo e testa per recuperare e la famiglia è presente, nessun problema. O no?

Quando ho letto la storia di Hendre Fourie, il giocatore sudafricano degli Sharks messo definitivamente a riposo a 33 anni causa infortunio al quale la UK Border Agency, autorità che tratta la immigrazione in Inghilterra, ha inizialmente dichiarato che deve lasciare il paese perchè da loro il suo futuro è finito, mi sono venute in mente tante cose ed un po’, ma solo un po’, anche quel ragazzo li. La sintesi di quello che ho pensato è il titolo su Right Rugby che raccontava la storia di Fourie: “E dopo?”.

Nel 1995 il rugby ha avuto il suo sbocco professionistico, ha consumato la sua fiammata più importante, ha sanato decenni di discussioni fatte anche di scissioni e nessuno faccia finta di non sapere che se esiste il Rugby League  non è per la “bellezza” di giocare in tredici. I professionisti nel rugby esistono ma sono nel mondo davvero pochi rispetto alla massa che gioca o almeno molto “localizzati” geograficamente; patria e veri grandi nuclei del prof ovale  sono le isole britanniche e la Francia in Europa ed i soliti  tre paesi dell’emisfero sud. Professionisti poi però ce ne sono un po’ ovunque e, arrivando finalmente a noi, posso confessarvi che, nonostante abbia chiesto in giro, non sono riuscito a sapere il numero esatto  dei prof italiani, ovvero di numeri me ne hanno dati almeno tre e molto diversi perchè, pensate un po’, “dipende da cosa si intende per professionista”. Non importa perchè il punto non è questo e  questa discrepanza aiuta a far capire che il punto oggi  non è questo.

Già, il punto non è se sei o no un professionista perchè questo non risponde comunque alla domanda vera che il rugby continua a fare per tradizione e per formazione propria, per storia e per origine, per vocazione e per indicazione specifica di chi il rugby lo ha giocato nel passato: cosa ti prepari a fare per quando smetterai? Il rugby raccoglie, fra i suoi valori,  anche l’impegno di rispondere a questa domanda. Questa domanda è una sfida assoluta, mette in gioco tutto, il tuo atteggiamento verso lo sport, il rispetto verso te stesso e verso chi ti sta e ti starà vicino. E’ una domanda che ad alcuni piace definire “profonda” mentre secondo me è invece solo la dimostrazione della “semplicità” del rugby.

Hendre Fourie si era dato una risposta, quando quelli del Uk Border Agency gli hanno suonato il campanello lui ha infatti potuto dire: “Ho una laurea in insegnamento e quindi volevo magari insegnare ai ragazzi nelle scuole, restituire qualcosa. Questo era il mio piano”. Hendre, che aveva giocato persino nella Nazionale inglese,  aveva un piano ed è quello che lo salverà dalla espulsione, non la Nazionale; se per lui le autorità inglesi pare stiano condendo una minestra meno indigesta il  merito è tutto del giocatore che aveva risposto anche a quell’impegno, a quella domanda che il rugby fa, lui si era costruito un “dopo”. Per lui “l’espulsione” potrebbe essere quella dalla Inghilterra ma per lui, che due sterline in tasca ce le ha, il dramma magari è consumabile; per altri invece, qui da noi ad esempio, se non li aiutiamo a rispondere a quella domanda, sempre, con testardaggine, senza alibi da prof o no-prof,  a raccogliere quell’invito così tipicamente ovale,  a rispondere al loro futuro, in questa società, oggi, quale tipo di “espulsione” li aspetta?

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Ci sono i Maradona, i Rossi , i Platini e dietro di loro quanta gente si è persa? Quanta zavorra si trascina? Il carro dei pochi illustri? No, non è la mia strada”…..”Preferisco perdere un futuro campione piuttosto che sapere che stiamo coltivando un ragazzo che non studia, che non rispetta i genitori, che non ha il senso del proprio dovere, che non è altruista. Se anche attraverso il rugby uno non impara tutte queste cose, non impara il senso del vivere pulito, allora a che serve fare tante mete?

Guglielmo Geremia detto “Memo”-

intervista al Mattino di Padova del 4 aprile 1987

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