In onore al microcosmo sportivo italico (per micro si allude alla apertura mentale) ecco la storia recente dei London Welsh. Siamo a Londra dove uno dei grandi team della tradizione ovale inglese, i London Welsh (a Londra ci sono anche i London Scottish ed iLondon Irish e di questa storia ho una gran voglia di parlare ma sarà per la prossima volta…),vincono a fine maggio la Championship, la seconda divisione inglese, meritandosi così la promozione nella massima serie, la mitica Aviva Premiership. I primi di giugno la RFU dice però no ai London Welsh perchè non hanno uno stadio con la capienza prevista dalla Premier e annuncia perciò che questi possono festeggiare la vittoria del loro campionato ma non la promozione. I coriacei gallesi di Londra fanno ricorso e presentano il raggiunto accordo per disputa dei propri match in Premiership presso il “Kassam Stadium” che,  con 12.500 posti a sedere, rappresenta il superamento delle regole RFU previste. La apposita commissione inglese allora  dice “si” ed i London Welsh possono festeggiare la loro prossima Premiership.
Due particolari mi fanno riflettere in questa storia a lieto fine tipicamente “english”, due particolari che mi riportano in Italia, alla situazione sportiva del nostro paese.
Kassam Stadium

L’ACCORDO FRA CALCIO E RUGBY  Forse impensabile in Italia  quello che accade normalmente sul territorio britannico, i London Welsh per avere lo stadio hanno chiesto di condividere il Kassam Stadium alla squadra di calcio dell’Oxford United che ha approvato. Questa commistione negli stadi fra calcio e rugby è d’uso ed anche apprezzata lassù nelle isole, ottimizza i costi, territorializza lo sport e sposta la eventuale competizione fra gli sport sul piano dei risultati e non su quello della detenzione o no delle infrastrutture. Non voglio dire che lassù sia tutto rose e fiori ma comunque molto diverso dall’Italia dove gli stadi sono praticamente tutti dati in gestione esclusiva alla massima società di calcio locale e questa lo usa davvero in eslcusiva (forse anche perchè spesso buona parte dei costi effettivi li sostiene sempre “Pantalone”). In pratica in Italia gli stadi sono solo del  calcio  e così anche la nostra Nazionale ovale deve bussare questuante per poter avere lo spazio per giocare i match internazionali. Sedici anni di “favolosa gestione federale” e le infrastrutture del rugby sono sempre allo stesso punto.

GLI STADI NON CI SONO Bisogna però anche dire che nei paesi britannici gli stadi ci sono, le infrastrutture esistono; ogni città ha diversi stadi e, soprattutto, molti sono di proprietà diretta o indiretta degli stessi team (di calcio o di rugby) o in gestione total-cost ed hanno perciò tutto l’interesse a favorirne il massimo uso per spartirsi i costi con altri. Insomma il problema è che in Italia non si costruiscono stadi sicuramente perchè sono percepiti come infrastrutture destinate al “passivo” ma anche perchè la “cultura” sportiva si ferma al punto che “quando è a posto il calcio…” 
In Italia per il rugby non ci sono infrastrutture in generale ma basterebbe guardare dove giocano e giocheranno le società di Eccellenza per dire che già l’allarme è a livello “rosso”.