Il rugby dello stivale sta dipanando una tela tanto vasta quanto fragile propinandoci   “specialità” e divagazioni dal tema che non so quanto siano salutari su un territorio che, per la specialità maggiore ovvero il rugby a 15,  non riesce ancora ad esprimere con il proprio vivaio una Nazionale ed un proprio campionato  almeno discreti.

L’estate ci propina tornei di beach-rugby e rugby a 7 così come l’inverno ci comunica del torneo italico di Touch-rugby e di rugby league!  Tutto bene, tutto fa passione, tutto fa rugby, tutto fa penetrazione territoriale per carità ma non è tutto uguale e, lasciando stare le diatribe su quale sia il vero rugby, perchè indiscutibilmente è quello a quindici, mi chiedo se non sia il caso di essere realisti anche su un tema più scottante: il rugby seven
L’unico motivo per cui qualcuno sbircia su questo rugby a sette  è quello di essere stata inserita come disciplina olimpica nel 2016, altrimenti ciccia e saluti.
Va bene facciamola questa Nazionale azzurra  a 7, spendiamoci quello che serve (poco spero) ma diamole il ruolo che deve avere ovvero di supporto alla implementazione tecnica di talenti per alcuni ruoli chiave del rugby a 15.  Se il mondo del sette serve a questo, come è in molti stati ovali nel mondo, allora è un toccasana, se invece qualcuno lo interpreta come “la rivalsa dell’Eva”, ovvero il raggiungimento del piazzamento che in altre specialità è ritenuto impossibile, allora rischiamo di perdere braghe, calzini e omino intero (ognuno c’ha i proverbi di casa sua).
Durante una serata con alcuni miei  amici uno di loro  “non rugbista” si è girato verso un altro, invece appassionato della palla ovale, chiedendogli:” Ho sentito il Tg locale di un torneo di rugby qui vicino (Cortina Seven), bello si,  ma a rugby si gioca in sette o in undici?” e l’altro gli ha risposto: “A rugby si gioca, il rugby è un gioco, a rugby si gioca, punto e basta“.
Amico illuminato ma non ditelo a Mallett.

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